Cronaca
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1992-2022: a Sesto la testimonianza
di un'orfana della guerra di mafia

Grande partecipazione venerdi sera alla palestra comunale di Sesto ed Uniti nell’ambito degli eventi per ricordare i 30 anni dalle stragi di mafia, il 23 maggio ’92 quella di Capaci e il 19 luglio quella di via D’Amelio. Su iniziativa del sindaco Carlo Vezzini in collaborazione con l’Associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli di Milano, si è svolto un incontro in teleconferenza con Daniela Marcone, vicepresidente di Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le Mafie e referente nazionale dell’Associazione per l’area Memoria; e con Paolo De Chiara, giornalista, scrittore e sceneggiatore molisano, attivista nella diffusione della cultura della legalità soprattutto all’interno delle scuole.

L’incontro è stato curato dalla prof.ssa Giuseppina Rosato, docente del Liceo ginnasio statale “Daniele Manin” di Cremona.

Per combattere le mafie, infatti, bisogna partire dal basso, dal microcosmo di ciascuno di noi, nel nostro essere e agire quotidiano. È necessario smantellare una ‘cultura mafiosa’, che fa del consenso di massa il punto di forza per alimentare il potere delle consorterie mafiose e della criminalità organizzata.

Il pubblico presente, particolarmente coinvolto, a tratti emozionato a tratti scosso e impietrito, si è lasciato accompagnare nella prima parte della serata da un racconto davvero toccante, con la storia viva e sentita nel profondo di un familiare di una vittima innocente di mafia: Daniela è, infatti, figlia di Francesco Marcone, l’uomo “colpevole di onestà”. Direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, Francesco Marcone venne ucciso il 31 marzo 1995 con due colpi di revolver nell’atrio del palazzo in cui abitava, pochi giorni dopo aver inoltrato un esposto per denunciare una rete di criminali alla Procura della Repubblica.

Da quel preciso momento la vita di Daniela è cambiata: ha capito che la mafia non era “cosa di altri”, ma “cosa di ciascuno di noi”. Per questo, ha deciso di fare dell’impegno civile la sua ragione di vita, in primo luogo per cercare quelle risposte che attende da 27 anni, ossia “Verità e giustizia” in merito all’uccisione di suo padre; quindi, per occuparsi del tema della memoria delle vittime innocenti per mafia. “La memoria è un processo continuo, per ricordare il passato allo scopo che ciò che è successo non capiti più. I morti sono un punto di riferimento, un esempio per sviluppare il senso della comunità e per aprirsi verso una mentalità nuova” – chiosa la vicepresidente di Libera, autrice del libro “Non a caso”, un libro a più voci, con nomi e storie di uomini e donne, ragazzi che “non sono morti per una targa, una lapide, un discorso commemorativo, ma per un ideale di giustizia che sta a tutti noi realizzare. Queste pagine ci dicono che ricordare non basta: occorre trasformare la memoria in memoria viva, ossia in impegno a costruire una società diversa, formata da persone che si oppongono, non solo a parole, ma con le scelte e i comportamenti, alle ingiustizie, alle violenze, alla corruzione”. Questo lo straordinario messaggio consegnato a tutti gli intervenuti da Daniela Marcone.

Alla grazia del suo racconto ha fatto poi da contraltare, nella seconda parte della serata, la forza travolgente dell’intervento di Paolo De Chiara. Nomi, cognomi, luoghi, fatti, con schietta precisione e meticolosa puntualità nella ricostruzione storica: un giornalismo d’inchiesta che diventa disvelamento di verità, benché scomode, in nome della trasparenza e dell’oggettività, al di là di dettati sfumati, attenuati, manipolati, in molti casi distorti. Più volte De Chiara ha esortato il pubblico ad aguzzare la vista: la mafia, le mafie sono annidate nei nostri territori, radicate da decenni di malaffare e invischiate nel mondo dell’imprenditoria, della politica, dell’economia e della finanza.
Ha ricostruito con estremo rigore la trattativa Stato-mafia, a partire dai suoi albori, nel 1860 con Garibaldi, sino ad arrivare ai giorni nostri. È stata, quindi, delineata l’evoluzione delle mafie: alla coppola e alla lupara si sono sostituiti nel corso del tempo i colletti bianchi; alle bombe sono subentrati via via sofisticati stratagemmi per “celarsi” dietro un’apparente pseudo-normalità della conduzione della res publica, nella sua variegata fenomenologia; la chiara evidenza e il facile riconoscimento degli uomini malavitosi sono stati soppiantati dalla complicata mimetizzazione degli stessi nelle più alte sfere del mondo economico e politico.
Come scrive don Luigi Ciotti nell’editoriale dell’ultimo numero di Lavialibera: “Trent’anni dalle stragi di mafia, ed ecco che si torna a parlarne. Sarebbe un crimine trasformare questa ricorrenza in un’occasione per spendere parole vuote, al solo scopo di timbrare un anniversario che invece pesa ancora, e non poco, sulla coscienza dell’Italia intera. Per celebrare questo trentennale non servono allora parole leggere, ma scelte e gesti pesanti”.

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