Cronaca
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Il sindaco di Pieve d'Olmi propone
la fusione con San Daniele Po

Il Comune di Pieve d’Olmi chiede al confinante San Daniele Po di valutare la possibilità di una fusione. Unico sindaco, unico consiglio comunale e tanti risparmi, per arrivare a una realtà comunale comunque molto piccola, intorno ai 2500 abitanti, che tuttavia porterebbe la nuova entità al 32esimo posto nella graduatoria demografica della provincia Cremona, mentre oggi si collocano al 67° e 68° posto su 113 municipi  esistenti. 

Paolo Attilio Zabert, sindaco di Pieve d’Olmi

La lettera del primo cittadino di Pieve d’Olmi Attilio Zabert al collega Davide Persico è datata 12 luglio e parte dai numerosi punti di contatto tra le due comunità: le scuole, l’appartenenza allo stesso distretto sanitario, la condivisione dell’assistente sociale e della stazione dei carabinieri, uno stesso programma informatico degli uffici.  “A differenza di altre esperienze di condivisione di servizi come ad esempio l’unione Oglio Ciria – ci spiega Zabert – tra san Daniele Po e Pieve d’Olmi c’è una contiguità territoriale che secondo me è il vero valore aggiunto. Occorre fare un discorso di territorio, non certo di vicinanza o di simpatia politica, per guardare con una certa lungimiranza ad un futuro in cui sarà sempre più difficile, come lo è già ora, garantire un minimo di servizi e chiudere i bilanci per i piccoli comuni”.

La fusione servirebbe per evitare la moltiplicazione degli organi gestionali che invece c’è nelle union,  strumento che non ha avuto molto successo in provincia di Cremona come nel già citato caso dell’Oglio Ciria.

“Tutti noi saremo coinvolti in questo percorso di scelta che culminerà con il referendum popolare, in cui tutti saremo tenuti a esprimere il nostro consenso o diniego alla fusione tra i due Comuni”, aggiunge il sindaco. “Invito pertanto tutti a seguire fin da subito, con interesse e con grande senso civico, gli approfondimenti, le adunanze pubbliche che seguiranno nei prossimi mesi”.

Sarebbe in sostanza solo il primo passo verso un discorso di più ampio respiro che riguarda altre realtà di una provincia in cui oltre la metà dei comuni non supera i 1500 abitanti. “La fusione – si legge nella lettera indirizzata a San Daniele –  è diventata argomento politico e istituzionale per essere considerata strumento utilizzato dal legislatore nazionale, anche per politiche di riordino territoriale e per essere strumento di migliore razionalizzazione della spesa (…) La scelta dei cittadini deve essere consapevole e fatta sulla scorta di uno studio di fattibilità ….” che valuti tutti gli aspetti e le conseguenze.

Il vantaggio immediato sul piano economico sarebbe un risparmio di circa 100mila euro l’anno per la condivisione di uffici comunali quali la ragioneria, l’ufficio tecnico e lo sportello unico per servizi demografici, scuola e sociale; e poi di 403mila euro all’anno per 10 anni come contributo statale alla fusione.

Prossimo passo, la proposta di un consiglio comunale congiunto aperto, “invitando tutta la popolazione residente, le attività produttive e le associazioni per un confronto costruttivo su questo tema”. gbiagi

 

 

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