Cronaca
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La vendetta di Gottardelli, il
gip: "Rabbia covata per anni"

Nell'ordinanza, il giudice sottolinea la "sconcertante freddezza"
con cui l'indagato "ha deciso di vendicarsi di un amico per
un torto che riteneva di avere subito, senza tuttavia avere
mai affrontato civilmente la questione con lo stesso"

Nella foto, il tribunale, Gozzini e Gottardelli

“Sono stato io”: mercoledì mattina, dopo aver sparato con il fucile a Fausto Gozzini, titolare della ditta Classe A Energy di via Camisano a Casale Cremasco, Domenico Gottardelli, 78 anni, di Covo, si è subito autoaccusato davanti ai carabinieri, “mostrando al contempo soddisfazione”, riporta il gip Elisa Mombelli nelle otto pagine di ordinanza che dispone la custodia cautelare. “Perchè, perchè, perchè?”, sono state le ultime parole di Gozzini prima che in ufficio entrasse la moglie, accorsa dopo aver udito lo sparo. “Cosa hai fatto?, ha urlato poco dopo il figlio della vittima. “Sparato”, è stata la risposta, “sogghignante”, di Gottardelli.

L’indagato riteneva che la sua domestica e Gozzini, “che sapeva essere amanti”, e che erano soliti frequentare la sua abitazione per i loro incontri clandestini, si fossero appropriati del denaro contante che lui custodiva nella sua abitazione. Gozzini, a detta di Gottardelli, sapeva sia dell’esistenza del denaro che il luogo dove era custodito. Al giudice, il 78enne ha raccontato che qualche anno prima, insieme a Gozzini, suo amico da una vita, aveva tentato di acquistare un appartamento a Dubai versando un significativo importo a titolo di caparra. L’affare tuttavia non era andato a buon fine, la caparra gli era stata restituita e lui aveva versato 130.000 euro su un conto corrente acceso presso un istituto di credito a Montecarlo; mensilmente prelevava somme pari a 10.000 euro per volta, denaro che teneva in una scatola in garage. Solo Gozzini e la domestica, inoltre, potevano avere libero accesso alla sua abitazione.

Cinque anni fa, accortosi della sparizione del denaro, Gottardelli aveva sin da subito sospettato della coppia, ma ha detto di non aver mai ritenuto di confrontarsi con loro, sebbene avesse di fatto interrotto la frequentazione con l’imprenditore, con cui aveva  mantenuto solo contatti telefonici. Nel frattempo, in lui stava maturando un forte desiderio di vendetta.

Quindi la mattina del 14 settembre ha preso l’arma che teneva in garage e, dopo averla caricata con due cartucce e dopo essersi accertato, chiamandolo al telefono, che Gozzini fosse in azienda, lo ha raggiunto e gli ha sparato, “senza proferire alcuna parola”.

In sede di udienza di convalida, Gottardelli ha più volte ribadito di avere per oltre cinque anni pensato ad un modo per potersi vendicare di Gozzini, “per potergli fare del male”, un pensiero che ormai era divenuto una ossessione.

Un delitto premeditato, per il giudice, che reputa sussistente un “concreto ed attuale pericolo di reiterazione di reati della stessa specie. Al riguardo rilevano sia le concrete modalità e circostanze del fatto e, precisamente, la sua oggettiva gravità in rapporto alle conseguenze letali riportate dalla persona offesa e il movente sotteso all’agito, chiaramente rivelatore di un’indole spiccatamente vendicativa ed aggressiva, sia della personalità e della pericolosità del prevenuto – che, con la propria condotta, si è mostrato fortemente determinato a realizzare il proprio desiderio di vendetta, nonché totalmente privo di freni inibitori, sicché è concreto il rischio di ulteriori gesti estremi”.

Per il gip, appare “sconcertante il fatto che Gottardelli, ritenendo di essere stato derubato da colui che ha definito un amico di vecchia data, non abbia mai cercato un confronto con lo stesso, teso ad ottenere dei chiarimenti, ma abbia, per anni, covato rabbia e risentimento, decidendo, infine, con fredda determinazione, di vendicarsi del ritenuto torto subito togliendogli la vita”.

La misura del carcere, “oltre che certamente proporzionata ai gravissimi fatti di reato in contestazione, è anche l’unica idonea a garantire la soddisfazione delle indicate esigenze cautelari, attese l’indubbia gravità dei fatti, l’efferatezza del gesto, l’elevatissima intensità del dolo e la negativa personalità del prevenuto pur a fronte della sua incensuratezza. In ragione dell’intensità del dolo dell’azione perpetrata, della mancanza di autocontrollo dimostrata e del correlato rischio che l’indagato ponga in essere nuove azioni violente in modo indiscriminato, ogni altra misura – ivi compresa quella degli arresti domiciliari anche mediante l’ausilio del braccialetto elettronico – risulta del tutto inidonea ad evitare ulteriori atti di violenza, dovendosi al riguardo ribadire la sconcertante freddezza con cui egli ha deciso di vendicarsi di un amico per un torto che riteneva di avere subito, senza tuttavia avere mai affrontato civilmente la questione con lo stesso (come era legittimo attendersi in ragione del rapporto di amicizia ed assidua frequentazione) e considerata l’assenza, allo stato, di qualsivoglia segno di resipiscenza, avendo anzi l’indagato palesato
soddisfazione per quanto commesso”.

Nell’ordinanza, il giudice specifica che le condizioni di salute di Gottardelli, “soggetto
cardiopatico e sottoposto, circa vent’anni fa, a trapianto di fegato, non paiono, allo stato, incompatibili con il regime carcerario”.

Sara Pizzorni

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