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Naufragio, Procura indaga su ritardi soccorsi

(Adnkronos) – (dall’inviata Elvira Terranova) – Dopo i silenzi, gli scaricabarili, le sottovalutazioni sui soccorsi nella notte del naufragio di Steccato di Cutro (Crotone), costato la vita a 67 vittime e decine di dispersi, adesso è la Procura, che già indaga sul naufragio, a volere fare luce su quanto accaduto nelle quasi sei ore di buco, tra le 23.03 di sabato 25 febbraio, quando Frontex ha segnalato la presenza dell’imbarcazione e le 4.10 di domenica 26 febbraio, quando dalla imbarcazione è partito l’allarme al 112. Pochi istanti dopo la barca si è disintegrata. Il Procuratore Giuseppe Capoccia, come anticipato dall’Adnkronos, ha aperto con il pm Pasquale Festa un fascicolo, al momento contro ignoti e senza ipotesi di reato. La delega è stata data dal Procuratore ai Carabinieri che stanno già raccogliendo del materiale, acquisendo atti dalla Guardia costiera e dalla Guardia di Finanza. Documenti su documenti. Per riuscire a colmare quel vuoto di sei ore.  

Potevano essere salvati i migranti morti nel naufragio? Tra cui tanti bambini e molte donne? Già nelle prossime ore l’inchiesta potrebbe avere degli sviluppi con l’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni nomi. Forse eccellenti. Il fascicolo è stato aperto per consentire di delegare i carabinieri ad acquisire gli atti sulla vicenda da Capitaneria di porto e Guardia di finanza. Dopo avere analizzato le carte, la Procura potrebbe decidere di aprire un fascicolo con un’ipotesi di reato specifica. 

Ieri il Comandante della Capitaneria di Porto di Crotone, Vittorio Aloi, parlando con i giornalisti che gli chiedevano se la Guardia costiera è già stata sentita dalla Procura, ha replicato: “Saremo sentiti e ci farà piacere chiarire, chiariremo a chi dovere quando ce lo chiederanno”. E’ probabile, a questo punto, che sarà sentito presto. E alla domanda sul perché non abbiano agito nonostante la segnalazione della sera prima, il sabato 25 febbraio, di una imbarcazione ‘distress’, cioè in pericolo, nello Ionio, ha replicato: “Non mi risulta che si trattasse di una segnalazione di distress, sapete che le operazioni le conduce la Guardia di finanza finché non diventano comunicazione di Sar (di salvataggio ndr). Io non ho ricevuto alcuna segnalazione”. Insomma, altri rimpalli di responsabilità. 

“Se e quando saremo chiamati a dare la nostra versione atti alla mano, brogliacci etc, noi riferiremo”, ha aggiunto poi Aloi non senza avere sottolineato che quella notte “c’era mare forza 4” ma che “le motovedette della Guardia costiera avrebbero potuto navigare anche con mare forza 8”. Oggi la svolta della Procura con l’apertura di un fascicolo sulla macchina dei soccorsi. I magistrati cercheranno di capire se ci sono state omissioni, come sostiene qualcuno. Anche perché le versioni fornite dai soccorritori sono tutte contrastanti. 

Riavvolgiamo ancora una volta il nastro: Sono le 23.03 di sabato 25 febbraio, quando Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, fa una segnalazione. Il velivolo Eagle 1 indica la presenza di una barca di migranti a 38 miglia a sud est di Capo Rizzuto, “con una persona visibile in coperta”, che “procedeva a una velocità di 6 nodi”. E che “non evidenziava elementi che facessero pensare a una unità in distress”, come scrive poi la Guardia costiera nella relazione che verrà inviata alla Procura. La Guardia costiera fa sapere anche che “come sempre in questi casi, abbiamo immediatamente informato dell’avvistamento il Centro di coordinamento internazionale e le altre autorità italiane competenti, fornendo la posizione dell’imbarcazione, la rotta e la velocità”.  

E il ruolo della Guardia di Finanza? Dopo la segnalazione di Frontex, la Gdf invia una motovedetta e un pattugliatore per intercettare. Anche qui c’è una relazione: “Alle ore 3.40 circa la Sala Operativa del Comando Provinciale GdF di Vibo Valentia comunicava all’Autorità Marittima di Reggio Calabria che le due unità navali della Guardia di finanza sono state costrette ad interrompere la navigazione per avverse condizioni meteo marine. Gli operatori di sala richiedevano alla medesima Autorità l’intervento di proprie unità navali per raggiungere il target, senza ricevere riscontro”. E anche qui versioni diverse. 

La Guardia costiera, intanto, dice che alle ore 3.48, “la Guardia di finanza di Vibo Valentia informa i nostri di Reggio Calabria che i mezzi stanno tornando indietro per le condizioni avverse del tempo. Ci hanno chiesto se avevamo unità operative nella zona, noi abbiamo risposto che al momento non ne avevamo in attività operativa ma che le avremmo impiegate se ci avessero chiesto soccorso”. Il compito della Procura sarà adesso quello di fare luce su quanto accaduto quella notte. E sul perché i mezzi, potentissimi, della Guardia costiera non siano mai usciti dal porto, se non dopo le 4.30, cioè dopo la telefonata arrivata dalla barca. La chiamata, presa dal vicebrigadiere Lorenzo Nicoletta, arriva dalla imbarcazione che si trova a meno di centro metri dalla costa di Steccato di Cutro (Crotone). Sul posto arrivano i Carabinieri del Nucleo Radiomobile, guidati dal tenente Andrea Stallone, ma capiscono immediatamente la gravità del fatto. Il vicebrigadiere Gianrocco Tievoli e il carabiniere Gioacchino Fazio si gettano in acqua in divisa e riescono a salvare cinque migranti. Ma davanti ai loro occhi ci sono corpi ovunque. Anche di un neonato di sei mesi. ”L’ho preso in braccio sperando che fosse ancora vivo”, dirà Tievoli ai magistrati. Invece il piccolo era già morto. Come la coppia di gemellini. E tante altre vittime innocenti, tra cui un bimbo siriano di sei anni morto per ipotermia mentre il fratello ventenne si è salvato e ora è sotto choc.  

La Procura di Crotone, guidata da Capoccia, sta adesso cercando ci capire se quella notte ci siano state delle omissioni di soccorso. Al momento non c’è ancora una ipotesi di reato. Ma i Carabinieri stanno raccogliendo delle informazioni, delegando i Carabinieri di Crotone che indagano su quella notte.  

E’ stato un tragico errore di valutazione? O un intervento ipotizzato troppo tardi? Sono alcune delle domande che si stanno facendo gli inquirenti che hanno aperto il fascicolo. Ieri sera, da Bruno Vespa, il capo della Comunicazione della Guardia costiera, Cosimo Nicastro, ha rotto il silenzio e ha detto: “È stata una tragedia non prevedibile alla luce delle informazioni che pervenivano. Gli elementi di cui eravamo a conoscenza noi e la Guardia di Finanza non facevano presupporre che ci fosse una situazione di pericolo per gli occupanti. Non erano arrivate segnalazioni telefoniche né da bordo né dai familiari”. La segnalazione di Frontex “è stata trasmessa all’International coordination center, che è il punto di contatto non per le operazioni di ricerca e soccorso ma per le operazioni di polizia in mare”. ha spiegato anche che quando le motovedette della Finanza sono rientrate in porto c’è un contatto via radio tra la Capitaneria di Porto di Reggio Calabria e la Guardia di Finanza. E “non vengono segnalate situazioni critiche che facciano pensare che l’operazione di polizia si stia trasformando in un’operazione di emergenza”. Ma “la Guardia Costiera incomincia ad attivare tutta la sua catena affinché fosse predisposto il dispositivo Sar”. Ora la parola passa al Procuratore Capoccia, che per tutta la giornata di oggi ha tenuto il cellulare spento. 

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