All'Ospedale di Cremona il primo impianto di pacemaker atriale senza fili
Si tratta di una tecnologia innovativa. L’intervento è stato eseguito dall’équipe di Elettrofisiologia della Cardiologia, su un uomo di circa 60 anni
Per la prima volta all’Ospedale di Cremona è stato impiantato un pacemaker atriale leadless, una tecnologia miniaturizzata e senza fili che rappresenta un importante passo avanti nella cura dei disturbi del ritmo cardiaco.
L’intervento è stato eseguito dall’équipe di Elettrofisiologia della Cardiologia, su un uomo di circa 60 anni, operaio edile ancora in attività, che soffriva di episodi di svenimento causati da arresti sinusali. “Il cuore non riusciva a generare correttamente l’impulso elettrico che regola il battito cardiaco. Il problema interessava gli atri, mentre la conduzione tra atrio e ventricolo era regolare”, spiega Manuel Cerini (Responsabile Elettrofisiologia).
Oggi Cremona è tra i pochi centri in grado di offrire questa opportunità ai pazienti e rappresenta un punto di riferimento per questo tipo di tecnologia. “Possiamo immaginare il cuore come una casa a due piani: al piano superiore ci sono gli atri, dove nasce il segnale elettrico; a quello inferiore i ventricoli, che eseguono il lavoro di pompare il sangue”, spiega Cerini. Quando il problema riguarda la conduzione del segnale elettrico è necessario impiantare un pacemaker nel ventricolo. In questo paziente, invece, il problema era “al piano di sopra”, cioè negli atri, dove si trova il pacemaker naturale del cuore. Per questo è stato necessario intervenire direttamente lì con un dispositivo specifico”.
Il pacemaker atriale leadless è una piccola capsula, ancora più compatta rispetto a quelle ventricolari, progettata per essere inserita direttamente nell’atrio destro, vicino al nodo del seno, senza la necessità di fili o di una tasca sottocutanea. “Il vantaggio principale – aggiunge Cerini – è proprio l’assenza di fili, che riduce il rischio di complicanze come ematomi, erosioni della tasca sottocutanea o rotture degli elettrocateteri. Per il paziente trattato a Cremona, ancora attivo e impegnato in un lavoro fisicamente pesante, la soluzione leadless era particolarmente adatta”. Il dispositivo viene impiantato attraverso una vena femorale con una procedura mini-invasiva, eseguita in anestesia locale e della durata di circa 30-40 minuti. “Dopo l’intervento il paziente resta sotto osservazione in reparto una sola notte. Dopo la dimissione, per alcuni giorni, è sufficiente evitare attività fisica intensa per ridurre il rischio di ematomi nella zona di accesso femorale”, precisa il medico.

Un altro vantaggio è la compatibilità con la risonanza magnetica e la possibilità, se necessario in futuro, di aggiungere un secondo pacemaker ventricolare. “Questi dispositivi sono compatibili con la risonanza magnetica e possono funzionare insieme”, sottolinea il medico. “Se negli anni dovesse comparire un disturbo della conduzione tra atrio e ventricolo, sarà possibile impiantare anche un pacemaker ventricolare leadless, in grado di comunicare con quello atriale e coordinare il battito cardiaco. Procedura che viene praticata dalla nostra équipe”.
La durata media del dispositivo è di circa dieci anni, ma nei pazienti che hanno bisogno di una stimolazione ridotta può essere anche più lunga. “Nel caso di questo paziente, per il tipo di patologia, prevediamo un utilizzo molto limitato del dispositivo (sollecitazioni minime), quindi la durata potrà superare ampiamente i dieci anni”, aggiunge il medico. L’impianto del pacemaker atriale leadless rientra tra le tecnologie innovative recentemente introdotte all’Ospedale di Cremona. “Questa procedura non viene eseguita in tutti i centri”, conclude il medico. “In Italia i centri attivi su questo tipo di impianti sono circa 80 su oltre 400 che impiantano pacemaker. Gli operatori certificati per eseguire questa procedura sono circa 80 in tutta Italia, perché è necessario un training altamente specialistico che viene effettuato anche all’estero, in particolare a Bruxelles”.
