Cultura e spettacoli

Bisio fa il pieno di applausi: aneddoti e ironia in "Una storia raccontata male"

Lo spettacolo, ieri sera al Ponchielli di Cremona, chiude la stagione di Prosa. In scena uno degli attori più noti e amati del panorama italiano

Claudio Bisio al Teatro Ponchielli di Cremona (foto Studio B12)
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C’è una strana magia nel disordine: un disordine fatto di ricordi e aneddoti, di panini con la frittata, primi amori e rotture, figli adottivi e voli in business class al sapore di aglio.
Ponchielli soldi out, ieri sera, per l’ultimo spettacolo della rassegna di prosa del teatro cittadino: a chiudere in bellezza, tra gli applausi e le risate del pubblico è Claudio Bisio, noto attore e mattatore che ha portato all’ombra del Torrazzo “La mia storia, raccontata male”.

La pièce, diretta da Giorgio Gallione, attinge dal repertorio dello scrittore italiano Francesco Piccolo, da “Il desiderio di essere come tutti” fino ai celebri “Momenti di trascurabile felicità” e altri testi meno noti dell’autore Premio Strega.
Una pseudo biografia ironica e irriverente, dove la verità si mischia al caos, rompendo gli schemi classici e regalando agli spettatori qualcosa di molto più prezioso.

Irrispettoso di qualsivoglia cronologia, Bisio è una scheggia impazzita. “La prima volta che mi sono fidanzato, non c’ero. La prima volta che mi sono lasciato… Li c’ero eccome” esordisce nell’incipit l’interprete, per poi passare a raccontare di quando, da bambino, se ne stava con i genitori davanti alla TV guardando le sorelle Kessler cantare “Quelli belli come noi” (celebre sigla di “Canzonissima ’69”).
Da allora la mia vita è stata un elastico: da una parte l’omologazione, la voglia di ‘essere bello come loro’, dall’altra il desiderio di pensare con la mia testa e restare solo, e brutto”; e questo sarà un po’ il senso di tutto lo spettacolo.

Così facendo la storia del personaggio si mischia alla storia d’Italia, alle sue contraddizioni e ai suoi scontri politici (“‘ecco, fa i comunista con i soldi degli altri’ mi diceva mio padre”) e calcistici, fino alla scoperta dell’amore, del lavoro, della paternità (naturalmente e adottiva).
Una vita a pezzi, con episodi apparentemente secondari che ciclicamente tornano con ruoli inaspettatamente nuovi e che, nella loro naturalezza spiazzano il pubblico.

Parte necessaria, insieme ai musicisti Marco Bianchi e Pietro Guarracino, è stata giocata dalla scenografia: una decina di televisori a tubo catodico, sedie rosa e peluche giganti, un vecchio registratore e quel gioco di bianchi e di neri. Gli oggetti alternano un ruolo secondario a momenti in cui diventano quasi co-protagonisti.
Perché se è stata forse “Una storia raccontata male”, l’interpretazione è di certo magistralmente: a riprova i numerosissimi applausi a scena aperta.

Questa non è la storia di Bisio – quella di Francesco Piccolo, semmai – ma in parte è anche la sua, e la nostra.
E come nella perfezione di un cerchio, alla fine si torna da dove si è iniziato.
“Ci sono due tipi di storie che si possono raccontare – conclude Bisio, prendendo in prestito le parole all’autore -: quelle che fanno sentire migliori e quelle che fanno sentire peggiori, ma quello che ho capito è che alla fine ognuno di noi è fatto di un equilibrio finissimo di tutte le cose, belle o brutte; e ho imparato che, come i bastoncini dello shangai – se tirassi via la cosa che meno mi piace della vita, se ne verrebbe via per sempre anche quella che mi piace di più”.
Applausi.

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