Cronaca

Pedrabissi, il giudice: “Anziane raggirate grazie alla fiducia riposta nell’imputata”

Nelle motivazioni della sentenza il Tribunale ricostruisce il sistema di gestione del patrimonio. Per i giudici si era instaurato un rapporto di totale fiducia sfruttato per ottenere denaro

Il tribunale di Cremona
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“E’ pienamente provato che l’imputata Pedrabissi, a partire dal decesso di Raffaele Ghisolfi, avvenuto nel 2010, abbia progressivamente preso possesso e poi disposto a suo piacimento del patrimonio delle due anziane sorelle Zanardi, in gran parte ereditato dallo stesso Ghisolfi, sino ad appropriarsi, attraverso vari canali, della grandissima parte di esso.

Ciò è stato possibile perchè Pedrabissi già conosceva le due Zanardi, in quanto da anni seguiva gli investimenti di Ghisolfi e, di conseguenza, della madre e della zia che da questi erano guidate. Alla morte dell’uomo, l’imputata è rimasta l’unico referente competente delle sorelle Zanardi, che a lei si affidavano completamente per gli investimenti e, più in generale, per la gestione del loro danaro”.

Questo quanto scrivono, nelle motivazioni della sentenza, i giudici del tribunale di Cremona che lo scorso 17 marzo hanno condannato a sette anni e 10.000 euro di multa, Cristina Pedrabissi, 57 anni, ex funzionaria della banca Credito Emiliano, ritenuta responsabile di aver raggirato le sorelle cremonesi Giordana e Marise Zanardi, 92 e 90 anni, entrambe di Casalbuttano, ospiti di Cremona Solidale e decedute nel 2020.

Le motivazioni della sentenza delineano, secondo i togati, un quadro molto netto delle responsabilità attribuite all’imputata, ritenuta l’artefice di una sistematica spoliazione del patrimonio delle sorelle, che avevano riposto in lei un rapporto di totale fiducia. Diversa invece la posizione degli altri imputati, per i quali il Tribunale ha ritenuto non sufficientemente provato l’elemento soggettivo dei reati contestati.

I giudici partono dalle condizioni di fragilità delle due donne, sottolineando come fossero “i soggetti ideali per essere raggirati” per età, isolamento e condizioni di salute. Nelle motivazioni si legge infatti che Pedrabissi “ha approfittato del loro stato, delle loro condizioni di vita e dell’estrema fiducia che esse riponevano nel suo operato”, riuscendo ad appropriarsi di ingenti somme di denaro e migliorando sensibilmente la propria condizione economica e quella della sua famiglia.

Insomma, per i magistrati si rileva “un quadro indiziario che risulti grave, preciso e concordante”, con elementi “talmente numerosi, clamorosi e inequivoci da far correre il rischio, nella loro disamina, di tralasciarne alcuni”, mentre le dichiarazioni difensive dell’imputata vengono ritenute “inverosimili e incostanti, al punto da apparire frutto di pura fantasia e, a volte, di estemporanee improvvisazioni” e “risultano sprovviste di alcun riscontro oggettivo o testimoniale credibile”.

Secondo il Tribunale, le testimonianze raccolte durante il dibattimento dimostrano che Giordana Zanardi, ormai gravemente ipovedente e con un decadimento cognitivo, firmava documenti predisposti dalla consulente bancaria senza comprenderne il contenuto. Emblematica, secondo il giudice, la frase riferita da una testimone: “Ha parlato tanto, mi ha detto dove dovevo firmare e io ho firmato”.

Le motivazioni evidenziano inoltre come l’anziana non fosse in grado di gestire autonomamente il proprio patrimonio. “È evidente, quindi, che Giordana non avesse il controllo del suo patrimonio, che veniva, di fatto, amministrato e gestito autonomamente dalla Pedrabissi”, scrive il giudice, ricordando anche che la donna risultava aver disposto operazioni bancarie mentre era ricoverata in ospedale. Analoga valutazione viene espressa per la sorella Marise, ricoverata in Rsa già dal 2016 e affetta da un grave deterioramento cognitivo.

Un capitolo centrale riguarda la gestione dei prelievi di contante. Il Tribunale ricostruisce quella che definisce una prassi consolidata: Pedrabissi si faceva firmare le richieste di prelievo direttamente a domicilio, per poi recarsi da sola allo sportello della Credem a ritirare il denaro. Una ricostruzione confermata, secondo il giudice, dalle deposizioni del cassiere e del direttore della banca. Per questo viene definita “radicalmente smentita la fantasiosa ricostruzione dell’imputata”, secondo la quale le clienti si sarebbero invece presentate personalmente in filiale.

I giudici sottolineano anche l’incompatibilità tra l’ingente movimentazione bancaria e lo stile di vita delle due anziane. Nelle motivazioni si evidenzia che Pedrabissi aveva proposto alle clienti quasi esclusivamente polizze vita con beneficiari lei stessa o i suoi familiari, mentre il resto delle operazioni consisteva in bonifici, assegni circolari e centinaia di prelievi in contanti. “Dal momento del decesso di Ghisolfi (figlio di Giordana), la gestione dei patrimoni di Zanardi Giordana e Zanardi Marise è stata finalizzata quasi esclusivamente all’arricchimento della Pedrabissi e del suo nucleo familiare, e ciò senza alcuna valida motivazione”.

Ampio spazio viene dedicato anche al trasferimento dei patrimoni dalla Credem alla Fideuram. La difesa aveva sostenuto che il passaggio fosse stato deciso autonomamente dalle due sorelle con il consulente finanziario Fideuram Tranquillo Parati. Una tesi che il Tribunale boccia definendola “una ricostruzione inverosimile, smentita da molteplici risultanze istruttorie”. Secondo il giudice, il trasferimento dei fondi “non poteva che essere stato ideato e realizzato dalla Pedrabissi, alla sostanziale insaputa delle due anziane”.

Sempre secondo quanto scritto dai giudici, il passaggio alla Fideuram avrebbe consentito all’imputata di sottrarsi ai controlli interni della Credem e di consolidare la gestione autonoma dei conti, effettuando bonifici online senza dover ricorrere ogni volta alla firma delle clienti. Il Tribunale parla anche della “probabile complicità di Parati Tranquillo”, definendone la testimonianza “mendace” e disponendo la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per le valutazioni del caso.

Diversa, invece, la valutazione sugli altri imputati. Per Irene Bodini (madre della Pedrabissi) e Carmen Bolzani (madre di Maurizio Merlini, il marito della Pedrabissi scomparso a febbraio del 2025) il Tribunale riconosce che le operazioni contestate integravano oggettivamente le condotte di riciclaggio, ma ritiene non dimostrata la consapevolezza dell’origine illecita del denaro. Per questo vengono assolte “perché il fatto non costituisce reato”. Analoga conclusione viene raggiunta per Andrea (la figlia che Merlini ha avuto dal primo matrimonio), nei cui confronti manca, secondo il giudice, la prova della conoscenza della provenienza delittuosa delle somme.

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