Cronaca

Un ponte di speranza e vita tra Cremona e il Togo: il viaggio dei fedeli in Africa

Una decina di cremonesi ha accompagnato i nuovi sacerdoti don Fabrice e don Daniel nel Paese Centrafricano: un viaggio alla riscoperta della fede più autentica

Il viaggio in Togo dei fedeli cremonesi

Ci sono legami che, per loro natura, superano lo spazio e il tempo.
Resistono a migliaia di chilometri di distanza, a ore di volo e a storie personali così diverse da sembrare, a un primo sguardo, inconciliabili.

Uno di questi “fili rossi” unisce ormai da decenni la Diocesi di Cremona e il Togo, una piccola nazione dell’Africa Occidentale adagiata poco sopra la linea dell’equatore. Da questa terra — economicamente povera, ma umanamente ricchissima — arrivano due dei cinque sacerdoti ordinati nella Cattedrale di Cremona lo scorso giugno dal Vescovo, Monsignor Antonio Napolioni: don Daniel Dossou e don Fabrice Sowou.

I due novelli sacerdoti sono recentemente tornati in Patria per festeggiare questo importante traguardo con amici e parenti. Ad accompagnarli c’era una delegazione di una decina di fedeli arrivati da tutta la Diocesi — da Rivolta d’Adda a San Giovanni in Croce — per un viaggio unico nel suo genere, a metà strada tra il pellegrinaggio e una piccola “missione”.

Il gruppo, atterrato nella capitale Lomé, ha partecipato alla prima Messa di don Fabrice nel villaggio natale di una parte della sua famiglia: una celebrazione esplosiva, fatta di canti, danze, riflessioni e, soprattutto, tantissimo cuore.

“Per me è sempre bello tornare a casa, ritrovare le proprie radici, la famiglia e gli amici – racconta don Fabrice -. L’affetto e il calore dell’amore che ci accoglie ogni volta fa bene all’anima. Sono davvero felice di aver riabbracciato le persone che amo“.

Il sacerdote ha poi condiviso l’emozione del ritorno alle origini: “La prima Messa è stata un concentrato di emozioni. Come ha ricordato anche il parroco locale, da bambino ero praticamente ‘sparito’ dal villaggio perché la vita mi aveva portato altrove. Oggi vi ho fatto ritorno con la veste nuova, da sacerdote, proprio in quel luogo che mi ha visto muovere i primi passi. Non mi aspettavo che così tanta gente si ricordasse ancora di me. Provo una profonda gratitudine verso il Signore, ma anche verso la popolazione, gli amici e i parenti che mi hanno accolto in modo così festoso e caloroso. Non ho parole per descrivere l’emozione”.

Il viaggio della delegazione cremonese non si è limitato però alle sole funzioni liturgiche, pur ricche di momenti intensi tra visite a monasteri, cattedrali, battesimi e anniversari.

Durante i dieci giorni di permanenza in Africa, i fedeli hanno potuto assaporare appieno gli usi e i costumi locali.
Hanno conosciuto la terra rossa delle strade non asfaltate che ti entra dentro, i bambini che finita la scuola giocano scalzi per strada e l’accoglienza calorosa degli abitanti, pronti a offrire all’ospite il migliore dei sorrisi e quel poco che hanno.
Un mix di emozioni contrastanti che non può lasciare indifferenti.

Ad accompagnare i fedeli c’erano anche alcuni sacerdoti cremonesi: don Luca Bosio (parroco dell’unità pastorale di San Giovanni in Croce, dove don Fabrice prenderà servizio da settembre), don Michele Martinelli e don Francesco Fontana (prossimo pro-rettore del Seminario vescovile di Cremona).

“Il senso più grande di essere qui – spiega don Luca Bosio – sta nel riconoscere il grande sforzo compiuto da don Fabrice per vivere e servire in una cultura che originariamente non era la sua. Lo fa volentieri, e per me questo viaggio è un modo di ricambiare, imparando ad apprezzare la sua cultura d’origine e conoscendo il mondo da cui proviene”.

“È difficile riassumere in poche parole l’ambiente che abbiamo trovato – aggiunge -. La cosa che mi ha impressionato di più è la forte precarietà e, al tempo stesso, l’incredibile esplosione di vita che vi pulsa dentro. Negli occhi delle persone si legge una voglia di vivere che sembra non avere mai paura: per loro non c’è mai nulla di troppo difficile o impossibile, affrontano tutto”.

Guardando al rientro in Italia, don Bosio aggiunge: “Al mio ritorno spero di fare silenzio per custodire e interiorizzare il maggior numero possibile di immagini e riflessioni. Non so ancora nell’immediato come questo cambierà il nostro modo di vivere, ma sono certo che, a medio e lungo termine, qualcosa dentro di noi trasformerà“.

La conclusione ideale di questa esperienza la offre nuovamente don Fabrice, sintetizzando il senso profondo di questo ponte tra Italia e Africa: “Al centro di tutto c’è l’amore, non c’è altro. È l’amore che unisce tutto e tutti, ed è il cuore stesso della Chiesa. È ciò che ci fa muovere, ciò che fa intrecciare culture, persone, sentimenti e sguardi. In questo filo rosso che ci unisce, il punto fondamentale è proprio l’amore: è quello che muove ogni cosa”.

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