Cronaca

Virgilio per l’8 settembre: “L’autoritarismo promette di liberarci dalla fatica di scegliere”

Durante la commemorazione dell'armistizio il sindaco ha invitato a riflettere sulla responsabilità delle istituzioni e sul coraggio delle scelte. Corada: quel giorno morì una patria e cominciò a nascerne una nuova

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Commemorazione dell’83 anniversario dell’8 settembre 1943, data dell’Armistizio e di inizio della Resistenza al nazifascismo, questa mattina in cortile Federico II, alla presenza di autorità civili, religiose e militari. A impartire la benedizione è stato il vescovo mons. Antonio Napolioni.

La cerimonia in Cortile Federico II, promossa dal Comune di Cremona, dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Comitato Provinciale), dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (Sezione di Cremona) e dall’Associazione Nazionale Divisione Acqui (Sezione di Cremona), si è aperta con la deposizione di una corona d’alloro in memoria dei caduti. Dopo l’omaggio da parte del sindaco Andrea Virgilio, del prefetto Antonio Giannelli e del consigliere provinciale Giovanni Gagliardi, è seguita l’esecuzione del “Silenzio”.

In rappresentanza delle Associazioni partigiane ha preso la parola Gian Carlo Corada. Nel suo intervento ha ripercorso la storia di Cremona nei giorni successivi all’8 settembre, sottolineando l’ambivalenza di una data che ha significato da una parte la fine della patria e dall’altra la nascita di una nuova patria su cui poi è stata costruita la Repubblica Italiana.

«Mentre tutto crollava – ha detto Corada –  in embrione si intravedeva il futuro. La Resistenza cominciava. A Cefalonia e Corfù con il sacrificio della Divisione “Acqui” – morirono a migliaia -, sulle montagne con il formarsi dei primi gruppi partigiani – per Cremona importante quello dei carabinieri in val Tidone -, nelle città con i primi nuclei clandestini operativi. Come scriveva Emilio Zanoni, spero non dimenticato sindaco di Cremona: “… da un canto la vecchia società italiana, con le sue sovrastrutture fasciste e statali…dall’altro le forze di rinnovamento della Nazione”. Ecco l’ambivalenza dell’8 settembre: la fine di una patria e l’embrione di una nuova patria, democratica e libera. Senza la Resistenza questo embrione non si sarebbe sviluppato e l’Italia non avrebbe potuto riscattare l’onore perduto col nazifascismo».

La cerimonia commemorativa è terminata con l’intervento del sindaco Andrea Virgilio: «Calvino scrisse che l’Odissea è “la storia di tutti gli 8 settembre”: uomini lontani da casa, costretti a cercare una strada per tornare, attraverso paesi diventati ostili. Per tanti italiani, in quei giorni, tornare a casa fu il primo pensiero. Ma nelle settimane che seguirono si fece strada anche un’altra domanda: in quale casa? Quella occupata dai tedeschi? Quella di Mussolini? Oppure una casa dentro a un’Italia diversa, ancora da costruire, nella quale ritrovare libertà e dignità?

«Il crollo del 1943 veniva da lontano – ha continuato Virgilio -. Alle spalle c’erano vent’anni di fascismo: la cancellazione delle libertà, la persecuzione degli oppositori, la guerra. E c’era un Paese che il regime aveva educato all’obbedienza. Ogni autoritarismo promette anche questo: liberarci dalla fatica di scegliere. Quando la realtà si fa complicata, affidarsi a qualcuno che dice di avere tutte le risposte può sembrare rassicurante, è quasi un atto di seduzione. Ci si sente protetti. Si smette, poco alla volta, di farsi domande e si lascia ad altri il peso delle decisioni.

«Il fascismo aveva coltivato questa abitudine. Aveva usato la paura, il risentimento per rafforzare il consenso, chiedendo agli italiani di credere nel capo e di seguirlo. L’8 settembre, quando vennero meno ordini e punti di riferimento, tante persone si ritrovarono sole davanti a scelte enormi. Bisognava decidere di chi fidarsi, chi aiutare, quale rischio assumersi. E ciascuna di quelle decisioni poteva cambiare la propria vita. La Resistenza nacque anche da qui. Da una parte del Paese che, attraverso scelte diverse, cominciò a costruire un’altra Italia. Ci furono decisioni personali, spesso prese in solitudine, che poi diventarono legami, gruppi, organizzazione.

«Nei racconti di Fenoglio i partigiani conservano tutta la loro umanità: hanno paura, sentono la mancanza di casa, si interrogano su quello che stanno facendo. Meneghello racconta i suoi “piccoli maestri”: giovani che imparano mentre agiscono, trovandosi davanti a responsabilità per le quali nessuno li aveva preparati. È anche questo che rende quelle esperienze così vicine, pur nella distanza del tempo. Ci ricordano quanto sia difficile sentirsi pronti quando arriva il momento di scegliere, quando c’è un salto nel buio (…)

«L’8 settembre ci porta a riflettere anche sulla responsabilità delle istituzioni. Sul disorientamento che si crea quando le persone si sentono abbandonate da chi dovrebbe guidarle e proteggerle. Anche qui prende significato l’antifascismo: nel rispetto della dignità di ciascuno, nella libertà di discutere e dissentire, nella convinzione che chi esercita un potere debba rispondere delle proprie scelte.

«Abitiamo un tempo diverso dal 1943. Quella vicenda continua però a interrogarci: che cosa accade a una società quando il futuro appare come qualcosa da cui difendersi? Può accadere che lo sguardo si restringa. Che tutte le energie si concentrino sul timore di perdere ciò che abbiamo e finiamo per sentirci soli anche dentro preoccupazioni che riguardano tutti.

«È in questa distanza che può crescere la rassegnazione: la sensazione che ogni sforzo sia inutile, che le cose siano ormai decise altrove. Pensiamo a chi scelse allora. Noi sappiamo come proseguì la storia: la Liberazione, la Repubblica, la Costituzione. Quella che oggi ricordiamo come una conquista, per loro era ancora una possibilità. E decisero di crederci abbastanza da mettere in gioco la propria vita.

«La nostra responsabilità, oggi, è diversa. Ma resta sempre da fare una scelta: l’angoscia o la speranza. La prima non genera comunità, non alimenta relazioni, soffoca ogni ampiezza, chiude le strade, diventa uno strumento di dominio; la speranza ci aiuta ad agire, ad essere consapevoli dei rischi. La speranza è loquace, si butta nel racconto di un futuro che ancora non esiste, l’angoscia non parla, non racconta e noi invece oggi abbiamo bisogno di strade aperte, di rigenerare le nostre comunità.

A chi scelse allora dobbiamo una parte decisiva della nostra libertà. A chi verrà dopo di noi dobbiamo l’impegno di custodirla, insieme alla possibilità di immaginare un’Italia migliore. Ricordare significa anche questo: prenderci cura, oggi, di un futuro che apparterrà ad altri».

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