Cronaca

Salvare, ricucire e costruire stabilità: la dottoressa Viola si racconta a “E le Donne”

Intervista alla direttrice di Ortopedia e Traumatologia del Maggiore di Cremona: tra passione per il lavoro e la vera forza di ripartire da zero

La Dottoressa Erika Viola a "E le Donne"
Fill-1

Vincitrice del Premio Leads “Alessandra Pederzoli” per la “Medicina d’urgenza a supporto delle donne vittime di violenza”, la direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Maggiore di Cremona, dottoressa Erika Viola, è la seconda ospite della trasmissione E le Donne di CR1 (clicca qui per rivedere la puntata): nel corso della puntata si racconta senza filtri, tracciando un ponte ideale tra la precisione della sala operatoria, la lotta alle disparità di genere e una vita personale affrontata con straordinaria determinazione.

Voleva fare l’ingegnere, poi il “consiglio di amministrazione familiare” ha orientato i suoi studi verso la medicina. Come nasce la passione per l’ortopedia?
“La mia mamma era molto volitiva e il mio papà cercava di assecondarla per mantenere la quiete familiare. Alla fine delle medie mi chiesero cosa volessi fare: risposi il liceo artistico, ma mi orientarono verso il classico. Finito il classico, volevo fare ingegneria, ma mi spinsero verso medicina pensandomi pediatra. Finito il percorso di studi, purtroppo il “consiglio di amministrazione” non c’era più e ho dovuto decidere da sola. Ho scelto la specialità che più si avvicinava all’ingegneria per ragionamento, pianificazione e concretezza: l’ortopedia”.

È tra le socie fondatrici di WOW Italia (Women in Orthopedics Worldwide). Come nasce questo movimento e come affrontate l’elevato gender gap della vostra professione?
“WOW è un movimento mondiale di professionisti che credono nell’inclusione e nelle pari opportunità. L’abbiamo fondato cinque anni fa in Italia ed è una realtà aperta a tutti. Tra l’altro, se capovolgi l’acronimo WOW, diventa MOM (mamma). C’è un’attenzione particolare per la gravidanza e la maternità, periodi in cui spesso ti fanno sentire come se stessi perdendo strada. Noi offriamo supporto formativo e aggiornamento costante in questa fase. Il gender gap in ortopedia è tra i più alti in assoluto. Non va solo combattuto, va migliorato: è una disciplina fisicamente impegnativa, ma come diceva il mio maestro, il Prof. Boni, non conta la forza, contano il ragionamento, la tecnica del movimento e l’impegno. Tramite WOW offriamo una rete di tutoraggio dove le giovani chirurghe possono svolgere periodi di formazione per acquisire sicurezza nelle technical skills”.

A un certo punto della sua carriera era il vicario del celebre Professor Franco Benazzo, ma gli ha detto una frase particolare: “È bello guidare la macchina del papà, ma vorrei provarne una tutta mia”. Com’è andata?
“Io sono schietta, l’ho detto senza preavviso. Lui ha fatto passare una notte per elaborare e il giorno dopo mi ha detto che questa volontà mi faceva onore. Ha analizzato la mia casistica operatoria, mi ha aiutato a integrarla dove serviva e ho iniziato a fare concorsi. Nel 2015 sono arrivata prima a Lodi e ho iniziato a fare il primario. Guidare un gruppo per me significa farne parte, conoscere ogni dettaglio tecnico e rispettare le emozioni delle persone: ognuno può contribuire a un risultato bellissimo”.

La sua filosofia medica mette al centro la conservazione dell’arto. Cosa significa concretamente “salvare invece che tagliare”?
“Gli interventi ortopedici si dividono in preventivi, restitutivi e sostitutivi. Negli anni ’90 l’amputazione significava perdere un arto; oggi, grazie a tecniche avanzate di ricostruzione e reinnervazione muscolare e vascolare, possiamo evitare tagli drastici. Salvare un arto può richiedere un percorso complesso di 15, 18 o 20 interventi chirurgici invece di uno solo, ed è una decisione multidisciplinare da prendere spesso in tempi rapidissimi in traumatologia d’urgenza. È una responsabilità enorme, ma quando vedi i pazienti felici alla fine del percorso, capisci che ne valeva la pena”.

Quando invece l’amputazione è inevitabile, come si gestisce l’impatto emotivo della comunicazione al paziente?
“Non ci si abitua mai. Si impara a comunicare in modo più concreto e delicato possibile, ma resta un grande dispiacere per una vita che cambia per sempre. Questo lavoro mi aiuta a essere grata per la banalità del mio quotidiano: ogni giorno incontro persone che, per mesi o per sempre, non potranno fare le cose semplici che io posso fare”.

La sua storia personale è segnata da momenti di grande coraggio, come quando si è trovata da sola a ripartire da zero.
“Sì, a 35 anni mi sono separata e mi sono ritrovata da sola con mia figlia che faceva la prima elementare. Ricordo un’estate in cui, a inizio agosto, avevo 300 euro sul conto corrente: facevo la spesa al supermercato con i bollini sconti. Ce l’abbiamo fatta ed è stata una soddisfazione enorme. Per me “tenere duro” significa esattamente questo”.

Ha costruito una splendida famiglia allargata con cinque figlie, mostrando una maturità non comune.
“L’uomo di cui mi sono innamorata e che poi ho sposato aveva già quattro figlie piccole. Per me è stato istintivo non vederle come estranee: ho preso il telefono, ho chiamato le loro mamme e ho chiesto cosa piacesse mangiare alle bambine, quali fossero i loro gusti e le loro abitudini per rendere la loro quotidianità più fluida possibile. È poi nata Marina. Quando poi mi sono separata ho comprato la casa di fianco a quella del mio ex marito per continuare a vedere le ragazze e per permettere a Marina di continuare a frequentare il padre. Ancora oggi siamo un gruppo unito: passiamo le festività insieme e c’è un continuum di affetto. Mia figlia Marina, tra l’altro, ha scelto di fare l’ortopedico traumatologo anche lei, seguendo la mia strada ma in un’altra città e con il suo percorso autonomo”.

In sala operatoria come nella vita cerca sempre di ricucire e conservare piuttosto che tagliare. Ha un oggetto del cuore, qualcosa che conserva? 
“Sì, è la collana che indosso sempre. Per i miei diciotto anni desideravo ardentemente una moto, una Honda XL600. Il consiglio di amministrazione familiare mi consegnò invece questo gioiello dicendomi ‘Costa come la moto, ma ti farà compagnia per tutta la vita’. All’inizio ci rimasi male, ma avevano ragione”.

© Riproduzione riservata
Caricamento prossimi articoli in corso...