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La sinistra ribelle della landa padanadi Nando Dalla Chiesa

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Qui Grontardo, villaggio gallico che ha resistito all’imperatore. Chissà perché, a metterci piede, viene in mente Brescello, il paese della bassa reggiana immortalato da Guareschi. Eppure qui Peppone e don Camillo sembrano andare d’amore e d’accordo, non si fanno i dispetti. E il popolo non appare diviso in due fazioni. Sta di fatto che sotto il sole velato e in mezzo al verde padano tira quella stessa aria magnifica di paese rurale, di case-cascine, di piazza rettangolare che si affolla di bandiere alle grandi occasioni.

 

Si chiama Ivan Scaratti il sindaco di questo comune di millecinquecento abitanti in provincia di Cremona. Trentasette anni, laureato in Scienze politiche, direttore amministrativo di una casa di riposo, è stato eletto due volte alla guida di una lista civica di sinistra, Solidarietà e sviluppo, mentre Cremona e provincia finivano nelle mani della destra rinnegando la propria storia.

 

Bisogna conoscerla la Lombardia, bisogna averla vissuta la gelata di questi anni, le sconfitte cocenti dell’Ulivo o dell’Unione. A Pavia, a Mantova, a Brescia, a Bergamo, alla provincia di Milano o a Lodi, a Rho, a San Giuliano Milanese. La combinazione irresistibile di vento dei tempi e di suicidi locali. Chi ha visto queste sconfitte inanellarsi a valanga, sa il ruolo che alla fine è stato assegnato nella fantasia popolare ai comuni che resistevano. Autentiche mosche bianche senza denaro, costrette a tenere vivi valori e tradizioni della sinistra un po’ per tutti. Puniti dall’alto per non essersi conformati alle ferree leggi della Lombardia politica, dove puoi liberamente stare con Berlusconi, con Bossi o con Formigoni, ma se stai fuori dal recinto paghi dazio.

 

Grontardo è appunto uno di questi comuni ribelli. Dove i parlamentari del centrosinistra vengono accolti con amicizia tricolore e non come ospiti tollerati in nome del pluralismo. Scaratti ha l’aria della persona tranquilla, sa di essere, almeno in questi anni, una sorta di straniero in patria.

Il bilancio del comune è di un milione e duecentomila euro, diciamo l’equivalente di due-tre consulenze della Moratti. “Come li spendiamo? Soprattutto scuola, bambini. Il nido è nostro, assicuriamo la manutenzione di elementari e medie, poi c’è lo scuola-bus, i bambini disabili e anche un contributo per il doposcuola dell’oratorio. E un po’ i servizi agli anziani. I soldi per le infrastrutture ce li hanno tagliati senza neanche avvisarci, qui si usa così. Ma non ci perdiamo d’animo. Molte attività sociali e culturali sono sostenute con il volontariato”.

 

Già, attualmente è in corso una sei giorni di festa comunale, eventi di ogni tipo nella grande piazza rettangolare davanti al municipio. Protagonisti le decine di volontari di Festinsieme, scritta bianca su maglietta rossa, diciamo una eredità – nello spirito – delle feste dell’Unità e di quelle dell’Amicizia. Bei tipi, quelli di Festinsieme, quasi tutti tra i quindici e i cinquant’anni: l’Emiliano, l’Adriano, la Margherita. E poi Giovanni, Vanessa e tanti altri. Dove ci sono aperitivi pubblici, tavolate e pranzi e canzoni popolari, arrivano loro con maniche arrotolate, bandiere e palloncini e un guizzo d’inventiva per ogni occasione. Allora Grontardo diventa un festoso raduno da nonna Papera, torte musica e sorrisi.

 

Poi ci sono i volontari muratori: sono loro, per esempio, che mettono su i piccoli monumenti per coltivare la memoria. Come quello a Cesare Goi, partigiano diciottenne della Brigata Garibaldi. L’esposizione di un tricolore con la stella della Brigata alla commemorazione del giovane resistente ha procurato al sindaco una denuncia per vilipendio della bandiera. Ma l’operazione memoria non si è fatta intimidire. Anzi. Perché qui ci sarà pure l’aria frizzante di nonna Papera, ma c’è anche l’aria, più impegnata, della sfida culturale ai tempi. Quella di moderni monaci benedettini che, mentre infuria la tempesta della storia, decidono di custodire quanto c’è di buono e di civile.

 

Per questo a ogni ricorrenza importante si fa lo stesso percorso. Si parte dalla chiesa, dove la messa la celebra don Giancarlo, il parroco ultraottantenne che è qui dal ’74 e che proprio non ha voglia di smettere, con i suoi chierichetti di una volta, che suonano la campanella tra compunzione e risate birichine, e quei due gemelli freschi di peluria che gli stanno ai lati come corazzieri. Poi c’è la sosta al recinto dedicato a tutti i caduti, prima e seconda guerra, Piave e Bella Ciao insieme, suona naturalmente la banda del paese, altri volontari. Poi una sosta al monumento a Goi, e lì don Giancarlo attende con rispetto che la banda finisca Fischia il vento per benedire tutti con il suo particolarissimo latino che sa di dialetto emiliano.

 

Recentemente Scaratti e la sua giunta hanno dedicato nella piazza del municipio nove targhe, anche queste senza spendere un euro, ai caduti della lotta alla mafia, dai nomi più celebri a quelli delle due meno conosciute vittime diciassettenni, Rita Atria e Graziella Campagna. Custodire la memoria mentre intorno si dimentica. Ci è rimasto male, il sindaco, perché il questore e il prefetto non hanno neanche risposto al suo invito. Ingenuamente non aveva valutato il peso che può avere in Lombardia una mosca bianca di millecinquecento abitanti. “Noi però continuiamo. La nostra forza è la coesione sociale. Anzi, lo sa cosa le dico? Che questa partecipazione, questi intrecci sociali, umani, vengono prima della politica. Sono loro che ci hanno consentito di vincere al 70 per cento. E ora speriamo nel vento che arriva da Milano”.

 

Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2011

 

 

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