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Il Pdl, l’armata Brancaleone e la politica della fretta

Pare che nella fretta di mostrare il bicipite a Perri abbiano dimenticato di metter gli occhiali. Diversamente, i nove dell’Armata Brancaleone fu Forza Italia avrebbero letto quel che hanno scritto. A meno che, a esser cattivi, non si voglia pensare che pur avendolo letto, non abbiano capito. Oddio, non è che c’era bisogno del Devoto-Oli – e nemmeno dell’ausilio d’un principe del Foro, a dir vero – per sviscerare il senso di quel codicillo (sette-righe-sette) che disciplina la nomina del capogruppo. “I Gruppi corrispondenti a liste elettorali designano il Capogruppo, dandone comunicazione, sottoscritta dagli aderenti al Gruppo, al Presidente del Consiglio”. Così dice il Regolamento del Consiglio Comunale.
Ergo, a far saltare Maschi son buoni tutti quando si è nove a quattro. Ma per metter Fasani al suo posto serve la comunicazione “sottoscritta dagli aderenti al gruppo”. Tutti. Mica nove o undici o trentadue. Tutti. Invece, l’Armata Brancaleone fu Forza Italia ora mostro il muscolo a Perri che si permette di convocarmi dopo le ferie, decide di silurare il capogruppo e metterci uno dei suoi. Così, su due piedi. In una sera. Tra una fetta di salame e una d’anguria, cantandosela e suonandosela senza il diretto interessato (Maschi) e altri tre.
L’Armata butta giù due righe, dice che è Fasani il nuovo che avanza, e le porta al presidente del Consiglio. Credendo di fare cosa gradita, in quelle due righe cita pure il codicillo. Quello lì che dice che serve l’adesione di tutto il gruppo per la nomina del capogruppo. Tipo: entro gratis al cinema perché i militari han l’ingresso gratuito e io, ventidue anni fa, ho fatto il militare.
Mica si fa così, però. La democrazia per qualcuno sarà pure una brutta bestia, ma ha le sue regole. Anche il Consiglio Comunale ha le sue e uno si aspetta che chi ci siede, quelle regole quantomeno le conosca. Magari non si aspetta che le si rispetti puntualmente – per quello c’è il presidente del Consiglio e qui va dato atto a Zanardi d’aver fatto quel che doveva fare -, ma uno s’aspetta che un consigliere, figurarsi nove, quelle regole se le sia lette almeno una volta.
Se poi, quelle stesse regole, un consigliere, figurarsi nove, le porta a supporto di una istanza… be’, uno s’aspetterebbe che il consigliere, uno a caso dei nove, almeno uno, le avesse lette almeno nel momento in cui ha pensato di portarle a supporto dell’istanza in questione. Altrimenti al cittadino, all’elettore, la domanda sale spontanea. Sì, insomma, uno poi se lo chiede se questi ci sono o ci fanno, no?
Arrivati a questo punto, quelli dell’Armata potevano anche metterla giù così: “Ai sensi del regolamento che ci dice che dobbiamo esser qui in tredici per nominare un nuovo capogruppo, eccoci qui in nove a nominare un nuovo capogruppo”.
E’ anche questa politica, questa politica qui ad allontanare, a stancare la gente – non solo quella delle poltrone e delle nomine e dei colonnelli senza eserciti. La politica che uno non capisce. La politica che cita i regolamenti nel momento stesso in cui li ignora. La politica che parla strano perché non riesce a parlar chiaro. Quella che rende attuale le parole che Wilde fece pronunciare al protagonista d’una sua commedia: “Lo capisci proprio sempre quello che dici?”.

 

Federico Centenari

 

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