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Sorrentino e la sua rock star alla ricerca di sé

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(nella foto Sean Penn nei panni di Cheyenne in This must be the place)

Paolo Sorrentino con This must be the place ritorna fortunatamente, dopo Il Divo, alle atmosfere intimiste e surreali dei suoi primi lavori ma in puro American style, come ci suggeriscono i due grandi poli attorno ai quali si snoda la storia: il viaggio on the road alla Keruac e l’Olocausto.

Cheyenne (Sean Penn) è una rock star ormai in declino che non riesce a diventare adulto e a rompere con il passato. Si trucca e si veste come quando a vent’anni cantava sul palco e parla  con un irritante falsetto infantile, trasformandosi così in una malinconica caricatura di se stesso (ed è impossibile non notare la somiglianza con l’Edward mani di forbice di Tim Burton o con il musicista Roberth Smith dei Cure).

Emblematica per definirlo è la frase che gli viene detta da un’amica: “Tu non fumi perché sei rimasto bambino, e solo i bambini non sentono mai il desiderio di fumare”. Newyorkese d’origine vive con la moglie (l’unica che lo sa capire davvero) in un castello a Dublino, la gabbia dorata che si è auto costruito, lontano dal mondo, dove tutto sembra scivolargli addosso e dove cerca di ammazzare il tempo vedendo le solite persone e andando al solito centro commerciale. Vaga continuamente accompagnato da un trolley, la sua coperta di Linus, nonché metafora del pesante bagaglio di vita che è costretto a sorreggere.

Ma ben presto la realtà irrompe nella sua vita ovattata. La morte del padre con il quale non parlava da più di trent’anni, fa riaffiorare tutti quei traumi che l’hanno portato ad essere quella maschera, come il senso di colpa per il suicidio di due adolescenti a causa della sua musica e lo stesso non rapporto con il padre (“a quindici anni ho deciso che mio padre non mi voleva bene”). Costretto a ritornare a New York per il funerale, qui scopre l’ossessione del genitore per un uomo che gli aveva inflitto un’umiliazione durante la permanenza ad Auschwitz. Cheyenne riprende le ricerche del padre e inizia un viaggio nelle lande più sperdute e desolanti della provincia americana dal New Mexico allo Utha per trovare il criminale nazista. Ma quella che sembra una missione di vendetta si tramuta inesorabilmente in un viaggio di formazione del protagonista, una ricerca disperata di se stesso e di quel padre che non conosceva e dal quale non si sentiva accettato. Solo dopo questa esperienza potrà finalmente diventare un uomo e non sentirsi più oppresso da questo passato che lo tormenta.

L’incredibile e a tratti stucchevole lentezza della prima parte del film è il necessario prezzo da pagare per  non perdersi uno strepitoso Sean Penn che si riconferma il miglior attore della sua generazione e la cui interpretazione con ogni probabilità lo porterà a vincere il secondo oscar. This must be the place non è solo il titolo di questo film ma anche la celebre canzone dei Talking Heads che accompagna forse la scena più bella e commovente del lavoro di Sorrentino.

Questo è il classico film per il quale sarebbe troppo banale e riduttivo darne un giudizio circa la bellezza, non va giudicato ma va solo e assolutamente guardato, perché dopo averlo visto, parafrasando una frase del protagonista, senti che qualcosa ti ha turbato ma non capisci perché.

IN PROIEZIONE A SPAZIOCINEMA-CREMONAPO

Sofia Chiodelli


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