Cronaca
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Mario Monti visto da vicino di Enrico Pirondini

Ho incontrato Mario Monti, in tempi non sospetti: settembre 1993. Lui finalista del Premio Estense, edizione numero 29; io membro della giuria con Carlo Bo, Piero Ostellino, Sergio Zavoli, Mario Luzi. Essendo, all’epoca, direttore del quotidiano locale (“la Nuova Ferrara”, Gruppo Finegil), avevo organizzato le serate di presentazione dei quattro finalisti al Centro Masini, “cuore” della città.  E così dopo aver sentito i primi  tre – cioè Nello Ajello (Garzanti), Giuseppe Lisi (Camunia) e Alfredo Cattabiani (Rizzoli) –  la sera di lunedì 20 settembre è stato il turno di  Mario Monti, finalista con un saggio di spessore dal titolo “Il governo dell’economia e della moneta”, edito da Longanesi. Fu una serata di grande successo. Ricordo ancora il titolo usato il giorno dopo a tutta pagina, su suggerimento proprio del professore: “Ce la faremo, siamo italiani”. Monti, rettore della Bocconi, aveva “regalato un po’ di ottimismo sulle prospettive della nostra economia” (così scrisse il redattore Giorgio Chiappini) davanti ad una platea da “tutto esaurito”.
Anche allora i tempi non erano facili. C’era il caso “Greganti” e la disperata difesa di Occhetto (“Siamo aggrediti”) a surriscaldare il clima interno; il direttore Rai (Gianni Locatelli) era sotto tiro; Andreotti veniva interrogato sul caso Pecorelli, i sindacati strillavano sul buco Alitalia (“perderà  trecento miliardi”); a Bruxelles il nostro ministro della Agricoltura (Alfredo Diana) si scontrava con la Francia, sui nostri Cct fioccavano “mazzate”. E dall’estero arrivavano notizie inquietanti. Su tutte l’aria di golpe al Cremlino ( Eltsin aveva sciolto il Parlamento) mentre Gorbaciov e la moglie Raissa registravano un bagno di folla nel corso di una loro visita a Modena nel quartier generale di Coop Estense. Volavano anche allora solo le tasse: a fine luglio le entrate tributarie erano cresciute del 9,8%. Il rapporto del fondo monetario internazionale ci “inchiodava” invitandoci a nuovi sacrifici. L’economia era piatta.
Per analizzare al meglio questo scenario, invitai il professore a cena. Monti fu gentilissimo e pronto. A tavola mi anticipò la sua ricetta. “Nel nostro Paese tante situazioni cambiano ma quasi nessuno si è chiesto se anche il modo di condurre l’economia non debba essere sottoposto ad una svolta radicale”. Capito? Già allora il prof. Monti invocava le forbici.  E poi: “In generale in Italia si segue un modo di governare l’economia che ancora intrattiene troppi rapporti con un passato vecchio di 40-50 anni, fino a risalire a “modi” del Regime fascista, specie per quanto riguarda il triste capitolo del corporativismo. La svolta, a questo proposito, è essenziale”. Gli chiesi: professore, basteranno efficienza e solidarietà? Monti prese un po’ di respiro e rispose: “L’efficienza va aumentata e non di poco.  Se non siamo più efficienti “votiamo” gli italiani alla disoccupazione. Con più efficienza nel sistema economico italiano non intendo riferirmi al cosiddetto “capitalismo selvaggio”. Certo bisogna separare nettamente ciò che è destinato a produrre efficienza (come il mercato, ad esempio), dalla solidarietà (sistema fiscale e via dicendo)”.
In chiusura ho invitato il professore a riferire il suo pensiero sulla disoccupazione, tema centrale (allora, oggi). “Vede – mi disse – la disoccupazione è un problema drammatico ovunque e chi perde il lavoro va tutelato. Ritengo che il sussidio sia preferibile alla cassa integrazione dal momento che incentiva comunque il disoccupato a trovarsi una situazione lavorativa. Altrettanto non può dirsi per la cassa”. Per la cronaca l’Aquila d’oro fu vinta da Alfredo Cattabiani con “Santi d’Italia”, un corposo libro di storia, religione, arte, etnologia, folclore, curiosità. Ma Monti fu il più applaudito. Durante la cerimonia di consegna dei premi nel Teatro Comunale (c’era la diretta su Rai Uno condotta da Claudio Angelini) l’allora ministro dell’Industria, Paolo Savona, fece propria la “ricetta Monti” distribuendo un messaggio di fiducia al Paese. Uscimmo tutti da teatro un po’ più rinfrancati.

Enrico Pirondini

 

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