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Guardare all’Europa, anche per l’apertura dei negozi

Lettera scritta da Confcommercio

Con 30 miliardi di correzione lorda, di cui 17 di maggiori entrate e 13 di riduzioni di spesa, è del tutto evidente che il decreto “salva-Italia” presenta le caratteristiche di una manovra d’urgenza. Ci si è sforzati di perseguire rigore ed equità. Sul versante pensionistico, in particolare, attraverso l’affermazione del principio del contributivo pro-rata: questo il commento di Confcommercio-Imprese per l’Italia alle misure varate ieri dal Consiglio dei Ministri.

Ma gli interventi a supporto della crescita – pari a circa 10 miliardi e finalizzati, tra l’altro, a riduzione IRAP, a sostegni fiscali alla capitalizzazione delle imprese ed al potenziamento del fondo centrale di garanzia – vengono però contraddetti dalla riscrittura della “clausola di salvaguardia”. Ora, infatti, sono esclusivamente gli incrementi delle aliquote IVA, che, entrando in vigore a partire dal settembre del 2012, dovrebbero garantire, al 2014, 16 miliardi di maggiori entrate. Dopo l’aumento di un punto percentuale, nei mesi scorsi, è previsto un incremento dell’aliquota dal 21 al 23% e dal 10 all’11%.

“E’ una scelta pesante rispetto alla realtà di vendite al dettaglio  – commenta il presidente di Confcommercio Cremona Claudio Pugnoli –  già in affanno per il calo dei consumi e rispetto alla prospettiva, nel 2012, di una recessione dell’intera economia italiana. Ma anche perché colpirebbe particolarmente i livelli di reddito medio-bassi, innescherebbe inflazione, non gioverebbe al recupero di evasione IVA”.

Insomma, si è previsto che i risultati del riordino delle agevolazioni fiscali non rilevino più ai fini della clausola di salvaguardia, ma siano destinati al fondo per la famiglia. Ma le famiglie rischiano di pagare buona parte del conto degli aumenti IVA.

Tra l’altro, gli incrementi, fino a due punti e mezzo, dell’aliquota ridotta del 10% colpirebbero l’offerta turistica italiana, che, invece, andrebbe valorizzata proprio ai fini del rafforzamento delle prospettive di crescita del Paese.

“E’ fondamentale –  scrive in una nota la Confcommercio – che ora si faccia di tutto per scongiurare il ricorso ad ulteriori aumenti dell’imposizione sui consumi. Lo si può fare, anzitutto, rafforzando scelte strutturali di contenimento della spesa attraverso un tempestivo avanzamento della spending review, a partire dalla riduzione dei costi della politica e in tutte le grandi aree della spesa pubblica. Ma meriterebbe di essere considerata anche una più robusta tassazione dei capitali scudati ed andrebbe rapidamente definito l’accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali italiani depositati nelle banche elvetiche, alla stregua di quanto già fatto da Germania e Gran Bretagna.  Bisogna, in altri termini, fare di tutto per contrastare gli effetti recessivi della manovra. Lo chiediamo al Governo ed al Parlamento”.

Quanto alla liberalizzazione delle aperture domenicali e festive degli esercizi commerciali – conclude Confcommercio – occorre guardare a cosa avviene in Europa. Infatti, i livelli di servizio garantiti dal commercio italiano sono già livelli europei con la considerazione che neppure in Francia e in Germania opera un regime di totale deregulation delle aperture domenicali e festive. “La liberalizzazione nelle aperture – continua Claudio Pugnoli – rischia di finire con il discriminare i negozi di vicinato e con il favorire la grande distribuzione che, proprio per l’alto numero degli occupati, può agire con maggiore flessibilità nell’organizzazione dei turni di lavoro dei propri dipendenti. Per i piccoli, invece, il provvedimento rischia di avere pesanti ricadute, senza che i vantaggi giustifichino gli investimenti necessari”. In questo modo si rischia di impoverire le imprese familiari ed aumentarne i rischi di chiusura. Eppure, come ricorda il presidente Ascom: “nella crisi le imprese familiari sono state quelle che hanno dato il contributo maggiore alla tenuta dell’occupazione, con un aumento dei dipendenti del 12%, contro un calo del 10% per i gruppi controllati dallo Stato e del 4% per le multinazionali”.


Confcommercio

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Commenti
  • Annamaria Menta

    Ho visto con i miei occhi a Colonia (Germania), una domenica uggiosa e freddina di giugno la parte di città ‘antica’, equivalente al nostro centro storico (che tutto insieme è forse poco più grande della sola zona pedonale di Colonia…): negozi CHIUSI, compresi molti locali tipo bar e i grandi magazzini assimilabili ai nostri centri commerciali ‘fuori porta’.
    Malgrado le ‘circostanze avverse’ (e il divieto di accesso per le auto) le strade erano animate, a dimostrazione che le persone amano uscire di casa per incontrarsi (non necessariamente in un bar), indipendentemente dall’apertura dei negozi.

    L’assessore alla cultura e commercio si faccia un giro da quelle parti, potrebbe ‘scoprire’ cose interessanti, sia sul lato ‘commercio’ che sul lato ‘cultura’.

    I commercianti nostrani, da parte loro, quando sparano a zero sull’operato dell’amministrazione (che hanno largamente contribuito ad eleggere), facciano anche una ‘conta’ delle attività presenti in centro: se togliamo bar, telefonini, banche, agenzie immobiliari, vestiti e scarpe, paccottiglia varia, ops!, ‘complementi d’arredo di design’, le ‘boutique’ di generi alimentari (non si vive di solo cotechino, torrone e tonno di Carloforte …) cosa rimane? I veri negozi di prossimità, quelli dove le persone vanno a fare la spesa (e non lo ‘shopping’) quasi quotidianamente, rappresentano ormai una minoranza. E sono quelle le attività che contribuiscono a tenere vivo il tessuto sociale (e l’economia) di una città.
    A proposito, in tutti questi anni, mentre le varie amministrazioni concedevano permessi per centri commerciali (e sobborghi dormitorio, ops!, ‘residenze di prestigio immerse nel verde’) a destra e a manca, dove erano i commercianti che ora piangono la ‘morte del centro’ e criticano i nuovi progettati (e assolutamente inutili) insediamenti?

    • Paolo Mantovani

      Condivido tutto quello che dice. Questa è un’amministrazione che abbiamo (purtroppo) contribuito a eleggere. Le attività che elenca sono quelle che contribuiscono a tenere vivo il tessuto sociale della città. Putroppo la grande distribuzione fa morire per prime proprio quelle! Mi permetto solo una precisazione. Per fermare la grande distribuzione siamo ricorsi (inutilmente) anche al TAR. Purtroppo si tratta di combattere contro realtà che riescono a farsi fare le regole a loro piacimento.
      Anche la politica locale ha armi spuntate contro queste strutture, il miraggio degli oneri di urbanizzazione è irresistibile.
      Non credo, comunque, si possa pensare una città senza centri commerciali. È innegabile offrano una scelta e una comodità che non sarebbe giusto negare ai cittadini. Però, prima di farli insediare, i ns politici dovrebbero rendere la città competitiva con queste realtà. Dovrebbero consentirci di lottare ad armi pari. Non con le mani legate dietro alla schiena.

  • NON SONO ALTRO CHE PAROLE

    I big dell’Ascom cominciano a scendere dal pero, nel commercio ha diritto a una particina anche il cliente. Sentiamone uno:
    “non credo, comunque, si possa pensare una città senza centri commerciali. E’ innegabile offrano una scelta e una comodità che non sarebbe giusto negare ai cittadini. Però, prima di farli insediare, i nostri politici dovrebbero rendere la città competitiva con queste realtà. Dovrebbero consentirci di lottare ad armi pari. Non con le mani legate dietro la schiena.”
    Non voglio esprimermi come il big scrivendo sulle nuvole, a me risulta che ci sia più di un negozio dove di regola si faccia la fila, dove il titolare ha messo i numeri per regolarla, senza per questo esser raccomandato dalla De Bona o dal tenebroso Malvezzi. Quindi, se fossi un big dell’Ascom cremonese, nel mio interesse e forse un po’ anche in quello dei colleghi che soffrono, andrei a studiare da vicino cos’hanno di speciale questi negozi, prima di scomodare i massimi sistemi……

    Cremona 08 12 2011 http://www.flaminiocozzaglio.info