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Flavio Sidagni, cremasco in carcere in Kazakistan Dopo il caso Shalabayeva appelli per la sua liberazione

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Nella foto, Flavio Sidagni e una veduta della cittá di Atyrau

Pare esserci un filone cremasco nel caso Italo-Kazako che sta scuotendo il governo Letta in questi giorni. A mettere in bilico la tenuta dell’esecutivo Letta e  la poltrona del ministro dell’Interno Angelino Alfano, il caso  di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa dall’Italia lo scorso 31 maggio insieme alla figlia di sei anni.

Una espulsione dai lati oscuri che sta mettendo a dura prova i rapporti tra Italia e Kazakistan e che riporta alla luce un altro caso: quello del dirigente dell’Eni cremasco, Flavio Sidagni detenuto in Kazakistan da tre anni, si dice, in condizioni disumane. Da qualche giorno il caso è tornato alla ribalta e sulla rete sono tanti quelli che si chiedono perchè in cambio della moglie del dissidente non sia stato chiesto il rimpatrio del cremasco. Lo stesso giornalista  Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera e sul suo famoso blog Italians ricorda che un italiano, Flavio Sidagni, è recluso in Kazakistan dal 2010. “E poi noi ai kazaki facciamo questo tipo di favori…”, questo il titolo del pezzo di Severgnini sulla vicenda della moglie dell’oligarca dissidente kazako che si chiude con “Per chiudere, ricordo questo. Un cittadino italiano, manager di lungo corso dell’ENI, laureato in Bocconi, è rinchiuso dal 2010 nelle prigioni kazake, dopo esser stato sorpreso a fumare uno spinello con amici. Si chiama Flavio Sidagni, ha 58 anni. Non riusciamo a riportarlo a casa, nonostante l’impegno di tre Governi e l’intervento delle massime istituzioni della Repubblica. Poi ai kazaki facciamo questo tipo di favori. Si può dire che qualcosa non va?”

LA STORIA DI FLAVIO SIDAGNI

Flavio Sidagni, 58 anni, originario di Crema e sposato con una donna kazaka, dal 2010 è detenuto nel carcere di Atyrau con l’accusa di possesso e spaccio di droghe leggere. E’ stato condanno, a seguito di due processi da lui stesso definiti sommari a sei anni di carcere. Il 20 aprile del 2010, la polizia kazaka predispose una perquisizione dell’appartamento di Sidagni dove gli agenti pare abbiano trovato 120 grammi di hashish. A seguito dell’arresto circa 150 colleghi firmarono due petizioni in suo favore indirizzate ai magistrati, ma in primo grado il cremasco, difeso da un avvocato kazako, fu condannato a sei anni di carcere. Condanna poi confermata in appello il 14 febbraio del 2011.

In Italia le prime notizie arrivarono nell’autunno del 2010, grazie a Repubblica, che pubblico una lettera di richiesta di aiuto scritta dello stesso Sidagni. L’uomo chiedeva maggiore impegno dell’Eni e dell’ambasciata italiana per risolvere il suo caso. Al momento della condanna in appello Sidagni scrisse una nuova lettera a Repubblica, una seconda richiesta di aiuto. Nel dicembre 2011, l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi durante una visita ad Astana, capitale del Kazakistan, aveva avuto un colloquio con il presidente kazako Nursultan Nazarbayev su Sidagni. Aveva anche scritto una lettera al presidente per evitare il trasferimento del cremasco in un carcere di massima sicurezza. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano si interessò del caso, incontro l’ambasciatore kazako e diede supporto al governo Monti sul caso. Le ultime notizie di Sidagni risalgono all’agosto 2012, quando un giornalista kazaka ha ottenuto il permeso di incontrarlo. Sidagni si trova tuttora in carcere, ma gli appelli per la sua liberazione anche a fronte del caso di Alma Shalabayeva e di sua figlia si moltiplicano.

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