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L'Europa è una severa maestra

“La luna è una severa maestra” è il titolo di un romanzo di fantascienza di Robert A. Heinlein, che risale al 1965 ed al quale, fra gli appassionati del genere, non sono mancati riconoscimenti.

Il romanzo è ambientato nel 2075 sulla Luna.

Il romanzo descrive la vita di alcune colonie lunari, una vita particolarmente difficoltosa in un ambiente dove si paga anche l’aria che si respira. “Non esistono pasti gratis” è il detto dei coloni lunari.

Per noi l’Europa è una severa maestra.

Dal 1951, quando fu firmato il trattato istitutivo della CECA, il primo dei trattati europei, molti mutamenti sono avvenuti in Italia sulla spinta delle scelte comunitarie. Basti pensare all’affermazione dei principi della libera concorrenza, che oggi sono tranquillamente accettati da tutti (salvo che da qualche corporazione, come quelle dei notai e dei farmacisti, tetragoni difensori dei loro privilegi).

Certamente non tutte le scelte dell’Unione europea sono state positive, come peraltro accade per tutte le scelte politiche che vengono effettuate in una comunità organizzata.

Non va dimenticato che, solo grazie all’Europa, il nostro paese è riuscito a porre un freno ad una dissennata spesa pubblica e ad attuare una politica di bilancio che non fosse fondata sulla “finanza creativa”.

Quello che all’Europa è mancato è un indirizzo politico frutto delle scelte dei cittadini europei e non esclusivamente dei governi nazionali.

Come è stato più volte affermato, l’Europa soffre di un deficit di democrazia. Il fenomeno è apparso particolarmente evidente negli ultimi anni, allorquando una politica di rigore finanziario ha prevalso su una politica di sviluppo, senza che la scelta trovasse fondamento nella volontà popolare.

L’introduzione dell’euro, moneta comune della maggioranza dei paesi europei, ha certo rappresentato una grandissima novità.

Ma la moneta unica, senza un’autorità politica che la governasse dando vita ad una politica economica comune, ha posto problemi che, in vari paesi, hanno creato una crisi di rigetto nei confronti dell’Europa.

La soluzione non sta certo nell’abbandono dell’euro o, addirittura, nella dissoluzione dell’Unione europea, come molti, anche in Italia, vanno sostenendo.

Serve, invece, quella che è stata definita una “federazione leggera”.

Come ha scritto la nota rivista di politica internazionale “Aspenia” la “federazione leggera” deve arrivare a spendere attorno al 5% del PIL europeo per consentire all’Unione di svolgere, anche e all’occorrenza, funzioni di stabilizzazione macroeconomica e redistribuzione.

“La cosa urgente da fare è trovare un meccanismo di governance – federale o meno – che sdrammatizzi il problema degli aiuti ai paesi dell’eurozona in difficoltà. Trasferimenti di risorse avvengono di continuo tra gli stati americani, ma nessuno vi presta particolare attenzione perchè è una pura routine fiscale. Non avvengono, per loro fortuna, attraverso vertici dei governatori degli stati – magari vertici d’emergenza decisi all’ultimo momento – con tutti i riflettori del mondo puntati sopra”.

”Aspenia” prosegue affermando: “L’eurozona nel suo insieme gode di buona salute: ha un debito pubblico alla sua portata, conti con l’estero in sostanziale equilibrio, una discreta crescita, un reddito meglio distribuito che altrove. Il suo vero, grosso problema è che non è un insieme. Il salvataggio di Grecia, Portogallo e Irlanda costa quattro soldi sulla scala delle risorse europee. Nessun tedesco o finlandese o austriaco potrebbe realisticamente nemmeno farci caso se non fossimo ancora così pietosamente disuniti da affidare ad altisonanti “vertici di capi di stato e di governo” la routine fiscale”.

All’uscita dell’euro si oppongono anche ragioni giuridiche. Ma di tali ragioni si parlerà in altra occasione.

Antonino Rizzo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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