Commenta

Caso Tamoil e scontri al
corteo antifascista. Martedì
le sentenze della Cassazione

Sono due le sentenze importanti per la città di Cremona che domani saranno emesse a Roma dalla Corte di Cassazione. Una riguarda il caso Tamoil, l’altra gli scontri scoppiati durante il corteo antifascista del 24 gennaio del 2015. “Un attacco alla collettività”, avevano scritto nella motivazione della sentenza i giudici della Corte d’Appello di Brescia.

Domani si saprà se nel caso Tamoil i giudici della Suprema Corte accoglieranno o meno il ricorso presentato dalla difesa del manager Enrico Gilberti contro la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia a tre anni di reclusione per l’accusa di disastro ambientale colposo aggravato. Nella requisitoria del 13 luglio scorso, il procuratore generale aveva chiesto di rigettare il ricorso del manager, dichiarando però inammissibile quello presentato dalla procura generale di Brescia contro la sentenza del 20 giugno del 2016, che, seppur confermando l’inquinamento, aveva emesso una sola condanna per disastro ambientale colposo aggravato e non per il reato più grave di avvelenamento delle acque, come invece chiesto dall’accusa. Il manager Gilberti era stato condannato ad una pena di tre anni di reclusione, mentre tutti gli altri imputati, Giuliano Guerrino Billi, Mohamed Saleh Abulahia, Pierluigi Colombo e Ness Yammine, erano stati assolti. In appello erano stati confermati per le parti civili i risarcimenti decisi in primo grado, compreso il milione di euro a titolo di provvisionale per il Comune. Nella sentenza di secondo grado, i giudici di Brescia avevano sì confermato l’inquinamento, e cioè che Tamoil aveva inquinato la falda e i terreni sottostanti la raffineria, le canottieri Bissolati e Flora e il Dopolavoro ferroviario, ma era disastro colposo, e non avvelenamento delle acque. Nella sentenza di primo grado, invece, il giudice Guido Salvini, il 18 luglio del 2014, aveva condannato Enrico Gilberti e Giuliano Guerrino Billi rispettivamente a sei e a tre anni per disastro doloso, mentre Mohamed Saleh Abulaiha e Pierluigi Colombo ad un anno ed otto mesi ciascuno per il reato di disastro colposo.

Domani ultimo grado di giudizio anche per tre degli arrestati della prima tranche dell’inchiesta sugli scontri avvenuti al corteo antifascista del 24 gennaio del 2015. Il 13 dicembre del 2015 in appello i giudici avevano confermato l’accusa di devastazione per tre dei quattro imputati, ma avevano ridotto le condanne rispetto ai quattro anni del primo grado. Tre anni e otto mesi erano stati inflitti a Mattia Croce, 22 anni, cremonese, frequentatore del Kavarna, ad Aioub Babassi, 22 anni, bresciano, e a Matteo Pascariello, 25 anni, bolognese residente a Lecce. Per Mauro Renica, 32 anni, bresciano appartenente al centro sociale Magazzino 47, che aveva lanciato un bengala contro la polizia, il reato era stato riqualificato in resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Per lui condanna a 2 anni, un mese e 10 giorni di reclusione. A presentare ricorso in Cassazione sono stati Babassi, Renica e Pascariello. Una sentenza, quella di devastazione, non riconosciuta invece dall’allora gup di Cremona Christian Colombo che il 14 luglio 2016 aveva emesso sentenza nei confronti del secondo gruppo di arrestati, quello composto dal cremonese Filippo Esposti, 28 anni, informatico militante del centro sociale Dordoni e già imputato per la rissa di via Mantova con esponenti di CasaPound, Giovanni Marco Codraro, siciliano 24enne attivo nei collettivi universitari, e il bresciano Samuele Tonin, 27 anni. Esposti era stato assolto, mentre Codraro e Tonin condannati a 9 mesi e 26 giorni il primo, e 10 mesi e tre giorni il secondo, per i reati più lievi di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Contro la sentenza del gup Colombo, la procura di Cremona è ricorsa in appello.

Sara Pizzorni

© Riproduzione riservata
Correlati
Commenti