Cronaca
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Guerriglia del 24 gennaio, la Cassazione: 'azione violenta e selvaggia, fu devastazione'

“Un’azione selvaggia e violenta risultata incompatibile, per molte ore, con la normale fruizione dell’ambiente cittadino da parte della popolazione”. Così scrivono i giudici della Corte di Cassazione che lo scorso 25 settembre avevano dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da tre dei quattro arrestati della prima tranche dell’inchiesta sugli scontri avvenuti al corteo antifascista del 24 gennaio del 2015: Aioub Babassi, 23 anni, bresciano, Matteo Pascariello, 27 anni, bolognese residente a Lecce e Mauro Renica, 34 anni, bresciano appartenente al centro sociale Magazzino 47. Una sentenza, quella della Cassazione, che ha dichiarato definitiva la decisione dei giudici dell’Appello che il 13 dicembre del 2015 avevano confermato l’accusa di devastazione per tre dei quattro imputati, anche se avevano ridotto le condanne rispetto ai quattro anni del primo grado. Tre anni e otto mesi erano stati inflitti a Mattia Croce, 22 anni, cremonese, frequentatore del Kavarna, tre anni e otto mesi a Babassi e a Pascariello, mentre per il solo Renica, accusato di aver lanciato un bengala contro la polizia, il reato era stato riqualificato in resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Per lui condanna a 2 anni, un mese e 10 giorni di reclusione. Confermati, tranne che per Renica, i risarcimenti alle parti civili, Comune di Cremona in primis (rappresentato dall’avvocato Cesare Gualazzini) con una provvisionale di 200.000 euro e una multa di duemila euro ciascuno da versare alla cassa delle ammende e a rifondere le spese di parte civile.

Quel famoso 24 gennaio Babassi e Pascariello avevano distrutto infissi, vetrine e parti esterne di immobili che ospitavano istituti di credito e il comando della polizia municipale, mentre Renica aveva acceso e lanciato verso le forze di polizia un artificio pirotecnico. Babassi armato di un cartello stradale metallico divelto dalla sede stradale, mentre Renica e Pascariello di bastoni di legno. Come hanno ricordato i giudici della Cassazione nelle sette pagine di motivazione, i colleghi dell’Appello avevano negato di riqualificare il reato in quello meno grave di danneggiamento, rilevando che “il bene dell’ordine pubblico era stato sicuramente compromesso dalle condotte dei due imputati, al di là dell’entità delle distruzioni, pur significative. Era stato portato un violento assalto al Comando di polizia municipale e alla sede di diverse imprese ed Enti da parte di un consistente numero di soggetti travisati e
armati di bastoni, bombe carta, oggetti contundenti e materiale esplodente vario.

Il senso di sicurezza dei cittadini, fondamento del regolare svolgimento della convivenza civile, era stato oggetto di diretta offesa, considerato che in una vasta area urbana era insorta una situazione di ‘guerriglia’, ed era scattato un
conseguente ‘coprifuoco’. La violenta condotta dei manifestanti, nonostante l’ampio schieramento di forze dell’ordine, aveva fatto sentire la cittadinanza, per un certo tempo, in balia dei disordini, e dei loro autori, e i danneggiamenti plurimi erano stati percepiti non come offesa ai singoli proprietari, ma come attacco alla collettività.
Babassi e Pascariello avevano avuto la piena consapevolezza di essere parte del comune programma di attacco agli obiettivi individuati e colpiti. Il folto numero di manifestanti si era mosso all’unisono, dietro una comune matrice
ideologica. Ciascuno aveva agito avendo ben chiaro il significato dell’azione complessiva e le sue conseguenze”.

Una linea completamente accolta dai giudici della Suprema Corte, secondo i quali l’Appello ha dato conto, “con motivazione adeguata ed esauriente, non solo della entità dei danni arrecati, assai estesi per avere avuto ad oggetto un’ampia zona della città e una pluralità indiscriminata di obiettivi in essa sparsi, anche appartenenti alle forze
dell’ordine, ma altresì della concreta compromissione della sicurezza pubblica, essendo l’azione selvaggia e violenta risultata incompatibile, per molte ore, con la normale fruizione dell’ambiente cittadino da parte della popolazione, ed
essendosi essa tradotta in una sicura fonte di protratto turbamento”.

Per quanto riguarda le singole condotte: per la Cassazione, “Babassi, contiguo al Centro sociale che aveva indetto la
manifestazione, risulta aver attivamente partecipato alla estesa distruzione di vetrine di negozi ed istituti di credito, nonché all’assalto sferrato al Comando della polizia locale, segno univoco di una progressione criminosa che aveva
ormai lesivamente attinto il bene protetto dall’art. 419 del codice penale. Pascariello, che era mosso da personale intento vendicativo, avendo in precedenza subito lesioni ad opera di un appartenente a CasaPound, si rese egli
stesso protagonista di tale ultimo assalto, come risulta dalle immagini videoriprese e dalle sue parziali ammissioni, dando a sua volta un impulso personale e significativo alla degenerazione della manifestazione in un indiscriminato, e incontrollato esercizio di illegale violenza”.

Nella motivazione, i giudici spiegano che affinchè possa essere applicata la circostanza attenuante, e cioè quella di aver “agito per suggestione di una folla in tumulto”, occorre “che gli autori dei fatti di violenza collettiva si siano determinati alle illecite condotte solo perché, trovatisi in mezzo a una diffusa situazione di disordine, abbiano avuto una minore resistenza psichica alle spinte criminali e abbiano agito condizionati dalla fermentazione psicologica sprigionata dalla folla stessa”. Così non è stato: anche in questo caso l’Appello, secondo la Cassazione, “con apprezzamento adeguatamente motivato, ha negato l’esistenza di una tale forma di condizionamento psichico, bene evidenziando come Renica si fosse già predisposto all’azione violenta, mascherandosi ed armandosi, così come in fotografia ritratto, ancor prima che la manifestazione degenerasse”.

La linea della devastazione riconosciuta nei tre gradi di giudizio per quanto riguarda la prima tranche di arresti non è stata invece riconosciuta dall’ex gup di Cremona Christian Colombo per gli arrestati del secondo gruppo, quello composto da Filippo Esposti, 28 anni, informatico militante del centro sociale Dordoni e già imputato per la rissa di via Mantova con esponenti di CasaPound, Giovanni Marco Codraro, siciliano 24enne attivo nei collettivi universitari, e il bresciano Samuele Tonin, 27 anni. Il 14 luglio del 2016 con sentenza di primo grado Esposti era stato assolto, mentre Codraro e Tonin condannati a 9 mesi e 26 giorni il primo, e 10 mesi e tre giorni il secondo, per i reati più lievi di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Contro la sentenza del gup Colombo, la procura di Cremona è ricorsa in appello.

Sara Pizzorni

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