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False coop e frode fiscale, in
aula i dipendenti. 'Giavardi il
capo', Rodini uomo di fiducia'

Nella foto, Giancarlo Giavardi

Otto i testimoni sentiti oggi in aula dal collegio composto dal presidente Francesco Beraglia con a latere i colleghi Francesco Sora e Chiara Tagliaferri nel procedimento su frode fiscale e false cooperative che vede tra gli imputati  Giancarlo Giavardi, imprenditore di Pandino residente a Cremona, ex presidente onorario della nota associazione di volontariato City Angels di Milano, sostenitore della struttura di accoglienza per donne ‘Casa Silvana’ e destinatario del premio ‘Il dono dell’umanità’. Tutti i testimoni hanno riferito di essere stati assunti nelle varie cooperative proprio da Giavardi.

A processo insieme all’imprenditore ci sono il suo braccio destro Maurizio Rodini, di Cremona, Mattia Plinio Rossetti, di Pandino, genero di Giavardi, e l’impiegata Stefania Grazia Petri, nata a Viareggio e residente a Lodi, quest’ultima assistita dai legali cremonesi Roberto Guareschi e Marcello Lattari. Tutti gli altri, invece, sono difesi dall’avvocato Domenico Chindamo, del foro di Milano. Già stralciata la posizione di un quinto imputato: Salvatore Di Nunzio, fiscalista campano, arrestato a Napoli nel febbraio 2018 perché accusato di riciclaggio di denaro per conto della camorra.

Secondo la guardia di finanza che aveva condotto le indagini, gli imputati avrebbero messo in piedi un’associazione a delinquere specializzata nelle frodi fiscali sfruttando false cooperative di lavoro con un giro di milioni di euro. Il quadro accusatorio parla della gestione di 14 cooperative con oltre 300 dipendenti impiegati in varie aziende di macellazione e lavorazione di prodotti alimentari tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Cooperative in realtà fittizie, secondo quanto scoperto dalle indagini, senza alcuna parvenza di vita sociale o mutualistica.

Per l’accusa, quantomeno dal dicembre del 2006, gli imputati avrebbero costituito e diretto un’attività di impresa con la quale avrebbero affittato la manodopera di una numerosa forza lavoro mediante contratti di appalto con ditte committenti (per un fatturato complessivo tra il 2007 e il 2012 di 58.842.473 euro), dissimulando l’attività di impresa con la costituzione del consorzio Cogemas Italia di Cremona e di 14 cooperative in capo alle quali avrebbero suddiviso i lavoratori dipendenti e prive dei tipici requisiti mutualistici. L’inchiesta parla di lavoratori che sulla carta figuravano come soci e che ignoravano completamente i loro diritti.

Lucilla ha lavorato prima come operaia, e poi come capo reparto all’interno di alcune coop. “E’ stato Giavardi ad assumermi”, ha detto oggi in aula al pm Milda Milli. Lucilla faceva riferimento per il suo lavoro a Maurizio Rodini, “l’uomo di fiducia di Giavardi”. “Un giorno si è presentato e mi ha detto che aveva bisogno di me per un favore, dovevo fargli delle firme. Io gli ho risposto che andava bene, se mi aumentava lo stipendio”. “Alla fine”, ha raccontato la dipendente, “ho firmato”. Firmando quei fogli, Lucilla era diventata presidente di una delle cooperative. Poi però lei ci aveva ripensato. “Gli ho detto che avevo paura e che volevo togliermi. Ho pensato che era una cosa che non andava fatta, non avevo neanche letto quello che c’era scritto”. Da capo reparto, Lucilla era tornata ad essere semplice operaia.

“Sono stata assunta da Giavardi”, ha riferito a sua volta un’altra testimone dipendente di una cooperativa del consorzio Cogemas. “Io facevo lavori d’ufficio, le direttive le dava Giavardi, mentre Rodini gestiva i lavoratori e la Petri l’amministrazione”. “Mi ha assunto Giavardi”, ha raccontato un altro teste che aveva lavorato in quattro cooperative riconducibili al consorzio. “Le direttive le ricevevo da Giavardi e da Rodini. Ero un socio lavoratore e ho ricevuto dei fuori busta”. Ernesto, altro testimone, era invece un operaio che lavorava nel campo della macellazione. “Ho lavorato lì per circa 13 anni, e sono stato assunto da Giavardi”. Anche lui era socio lavoratore e non ha mai partecipato ad assemblee. “Rodini era socio anche lui”, ha ricordato. “Ma io vedevo solo un’impiegata che una volta al mese mi portava la busta paga”.

Secondo la procura, “sulle cooperative venivano fraudolentemente traslati i ricavi dell’attività imprenditoriale mediante l’emissione, da parte delle cooperative e nei confronti del consorzio, di fatture per operazioni inesistenti per 54.558.242 euro, con le quali si rappresentavano come prestazioni di servizio le prestazioni di lavoro subordinato rese dai lavoratori dipendenti. Gli oneri tributari venivano annullati mediante l’annotazione nella contabilità delle cooperative di costi falsi derivanti da fatture per operazioni inesistenti, pari a 80.785.732 euro per gli anni 2007/2012, consentendo all’organizzazione di indicare nelle dichiarazioni annuali ai fini delle imposte dirette e dell’Iva per gli anni 2007/2011 costi falsi per 59.840.649 euro, procurandosi così un indebito risparmio fiscale di quantomeno 12.537.463 euro”. Il provento del reato era poi prelevato dai conti correnti di tutte le cooperative ed era in parte destinato a retribuire le ore di lavoro in nero dei dipendenti, e in parte a pagare gli imputati.

Giavardi sarebbe stato “il capo di un sistema rodato in cui ognuno aveva il proprio ruolo e sapeva cosa fare”. Per gli inquirenti, Giavardi sarebbe stato il promotore dell’associazione, mentre Di Nunzio avrebbe coordinato le attività degli impiegati amministrativi del consorzio che si occupavano della gestione delle scritture contabili obbligatorie e della tenuta dei libri sociali delle coop. Di Nunzio avrebbe anche messo a disposizione dell’associazione il programma informatico ‘Passepartout’ per la gestione della contabilità con il quale era possibile alterare la numerazione progressiva delle fatture passive e inserire in mensilità già concluse fatture per operazioni inesistenti emesse successivamente, predisponendo fatture indicanti costi fittizi che consegnava a Cremona al personale amministrativo deputato alla tenuta della contabilità obbligatoria perché venissero registrate nelle scritture contabili delle cooperative associate al consorzio Cogemas. Il ruolo di Rodini, invece, sarebbe stato quello di dirigere la forza lavoro fittiziamente ripartita tra le false coop e di operare sui conti correnti delle cooperative. L’impiegata, da parte sua, avrebbe collaborato alle attività e agli scopi dell’organizzazione, curando gli adempimenti contabili delle cooperative.

Nell’indagine, la finanza aveva sequestrato 16 immobili per un valore dichiarato nelle carte ufficiali di oltre 2,5 milioni. Sotto sequestro anche beni come una cassaforte, preziosi, veicoli e uno yacht da 70mila euro ormeggiato sul lago di Garda. “Un natante lungo meno di 9 metri”, secondo Giavardi, “non cabinato e che ha più di 10 anni, di valore minimo”. “Inoltre gli immobili”, aveva precisato il presunto capo dell’organizzazione, “non sono 16, ma 5 o 6, alcuni dei quali veri ruderi, vale più il terreno. E le cooperative non sono false, ma esistono e lavorano”.

L’udienza è stata rinviata al prossimo 12 marzo: per quella data dovranno tornare a testimoniare le persone che erano già state sentite nell’udienza dello scorso 22 maggio davanti all’allora presidente Giuseppe Bersani. Il suo successivo trasferimento ad Alessandria ha comportato un cambio nel collegio e le difese si sono opposte all’acquisizione dei verbali di udienza. Oltre a coloro che erano già stati sentiti come primi testimoni, per il 22 maggio si sentiranno gli altri dodici della lista del pm.

Sara Pizzorni

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