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Tamoil, ricorso straordinario
contro la sentenza definitiva
'Decisione viziata da errori'

Due anni fa la Corte di Cassazione aveva messo la parola fine al processo Tamoil, confermando definitivamente la condanna a tre anni di reclusione per disastro ambientale colposo aggravato nei confronti del manager Enrico Gilberti. I suoi difensori, gli avvocati Carlo Melzi d’Eril e Riccardo Villata, hanno però depositato un ricorso straordinario contro la sentenza della Suprema Corte “per errore di fatto”. Secondo i legali, la sentenza impugnata sarebbe “ricca di gravi errori di percezione sul contenuto degli atti di causa da parte del giudicante”. “Molteplici errori” che avrebbero “inciso in modo decisivo sull’esito del giudizio, avendo condotto la decisione del Supremo Collegio in una prospettiva del tutto errata, e, per effetto, ad una condanna ingiusta nei confronti dell’imputato”. Secondo i difensori, ci sarebbe stata una serie di errori, illustrata nel dettaglio nelle 38 pagine di ricorso, sia nel giudizio di primo grado che in quello di appello: sbagli ed equivoci che avrebbero fuorviato i giudici del terzo grado, innescando un effetto domino che avrebbe impedito di avere un quadro corretto dei fatti.

Si parla di dichiarazioni di testimoni inutilizzabili che sarebbero confluite comunque nel fascicolo processuale come prove, e di sviste “sotto il profilo delle cause della contaminazione del sito” che avrebbero causato una diversa percezione dei fatti. Insomma, una serie di “criticità” tecniche che, secondo la difesa avrebbero viziato la decisione della Cassazione. Come ad esempio il fatto di “aver basato la motivazione su una prova inutilizzabile”, perché inutilizzabili erano le dichiarazioni che quattro dipendenti Tamoil  avevano reso, in fase di indagini, davanti al pm, tra novembre e dicembre del 2013, quando il processo con il rito abbreviato era quasi giunto alla fine. Benché inutilizzabili, le dichiarazioni sono finite nel fascicolo ed hanno avuto un peso nella condanna del manager, che sarebbe stato consapevole fin dal 2001 dello stato di ammaloramento delle fogne. E ancora: per i periti del giudice di primo grado, l’inquinamento “ha comportato un concreto rischio per la salute dei soci delle canottieri vicino alle raffinerie”. Una tesi sposata dagli ermellini che però, sempre secondo  difesa di Gilberti, non avrebbero letto con attenzione la relazione del loro consulente, che sosteneva il contrario. Non è vero, per Melzi d’Eril e Villata, che il loro consulente fosse ricorso a personali linee guida nella valutazione dei rischi, ma “ha utilizzato i parametri internazionalmente adottati e riconosciuti dall’Oms”.

Sul ricorso straordinario, in cui si chiede l’annullamento della sentenza definitiva, si entrerà nel merito il prossimo 13 ottobre.

Il 25 settembre del 2018 la Cassazione aveva rigettato il ricorso dell’imputato e dichiarato inammissibile quello della procura generale che chiedeva il reato più grave di inquinamento delle acque. Quella di Gilberti era stata la sola condanna. Tutti gli altri imputati, Giuliano Guerrino Billi, Mohamed Saleh Abulahia, Pierluigi Colombo e Ness Yammine, erano stati assolti. La Suprema Corte aveva reso definitiva la sentenza emessa il 20 giugno del 2016 dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia, confermando l’inquinamento, e cioè che Tamoil aveva inquinato la falda e i terreni sottostanti la raffineria, le canottieri Bissolati e Flora e il Dopolavoro ferroviario. Nella sentenza di primo grado, invece, il giudice Guido Salvini, il 18 luglio del 2014, aveva condannato Enrico Gilberti e Giuliano Guerrino Billi rispettivamente a sei e a tre anni per disastro doloso, mentre Mohamed Saleh Abulaiha e Pierluigi Colombo ad un anno ed otto mesi ciascuno per il reato di disastro colposo. Per le parti civili, i risarcimenti decisi in primo grado, compreso il milione di euro a titolo di provvisionale per il Comune, erano stati confermati con sentenza definitiva.

Sara Pizzorni

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