Cronaca
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Matrimoni combinati, l'inchiesta
si sgonfia. Cade l'accusa di falso

L’avvocato Romanelli

Già lo scorso febbraio la maxi inchiesta della guardia di finanza su matrimoni combinati per ottenere il permesso di soggiorno si era “spaccata”: il gup, infatti, accogliendo le eccezioni di incompetenza territoriale avanzate dai difensori, in quanto la maggior parte delle unioni erano state celebrate a Parma e Piacenza, aveva trasmesso gli atti alle procure di competenza, di fatto scorporando il processo. Dei 44 imputati iniziali, a Cremona ne sono rimasti pochi, e oggi la difesa ha assestato il colpo finale che ha ulteriormente “sgonfiato” la maxi indagine. Il giudice ha accolto le argomentazioni dell’avvocato Alessio Romanelli, facendo cadere la principale e più grave accusa di falso ideologico in atto pubblico mediante induzione in errore di pubblico ufficiale.

Secondo la procura, gli imputati, dietro pagamento, avrebbero utilizzato l’atto di matrimonio per far ottenere a cittadini extracomunitari il permesso di soggiorno, facendoli sposare con donne italiane o cittadine europee, tra cui romene e albanesi. Per il finto matrimonio veniva chiesta una somma non inferiore ai 12.000/13.000 euro. Considerati dagli inquirenti gli organizzatori della gran parte dei matrimoni, due fratelli pakistani e un italiano, quest’ultimo considerato una sorta di intermediario tra il falso sposo bisognoso di ottenere il permesso di soggiorno e le donne che si rendevano disponibili, dietro compenso, a sposarli. Una ventina i matrimoni fasulli celebrati tra il 2014 e il 2018.

I difensori, in particolare l’avvocato Romanelli, hanno però sostenuto che non si trattasse di falsi matrimoni, in quanto il reato di falso non ha mai per oggetto una volontà. Semmai si potrebbe trattare di matrimoni simulati, ma non falsi. “Essendo una dichiarazione di volontà e non di scienza, la volontà, essendo qualcosa di intimo, e cioè di soggettivo, non può ritenersi falsa”, ha spiegato l’avvocato Romanelli, impegnato nella difesa degli imputati insieme ai colleghi Marco Simone, Gianluca Pasquali, Marcello Lattari, Stella Abbamonte, Ugo Carminati, Luca Curatti, Vito Alberto Spampinato, Maria Delmiglio e Andrea Cirelli.

Il giudice ha quindi accolto la tesi difensiva e ha dichiarato per gli imputati rimasti a processo a Cremona il non luogo a procedere “perchè il fatto non sussiste” per il reato di falso. In piedi è rimasto solo il reato più lieve di favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina. La scorsa udienza erano già stati concordati dei patteggiamenti, da un minimo di sei mesi ad un massimo di un anno e 8 mesi con la sospensione condizionale della pena. Oggi quei patteggiamenti, alla luce della decisione del giudice, sono stati rimodulati e abbassati a 5 mesi, pena sospesa. L’unico a cui non è stata ricalcolata la pena è stato un solo imputato che aveva contestati due episodi di favoreggiamento. Dovrà svolgere lavori di pubblica utilità presso il Comune di Cremona per un periodo di sei mesi.

I due unici imputati che avevano scelto il rito ordinario sono stati rinviati a giudizio con la sola accusa di favoreggiamento. Per loro il processo si aprirà il prossimo primo dicembre.

L’indagine aveva toccato diverse città, tra cui Cremona, Gadesco Pieve Delmona, Castelvetro Piacentino, Fidenza, Salsomaggiore Terme, Fiorenzuola d’Arda, Busseto e Alseno. Tra gli imputati, due cremonesi, una lodigiana, alcuni siciliani, calabresi, pakistani, albanesi, romeni.

Per la procura, tra gli sposi non ci sarebbero state neppure brevi convivenze. Molti non si conoscevano nemmeno. Alla fine del matrimonio, ognuno tornava a casa sua o dalle fidanzate, quelle vere. In un caso, una coppia di fidanzati italiani, lei 18 anni, studentessa liceale cremonese, e lui 22enne, non avevano esitato, di fronte alla promessa di una ricompensa economica, a favorire l’illecita permanenza sul territorio di un cittadino pakistano. Il matrimonio tra quest’ultimo e la 18enne era stato celebrato il 28 ottobre del 2017. Falsi gli sposi, falsi i testimoni e falsi gli interpreti. Ad insospettire gli ufficiali di stato civile, infatti, c’erano anche problemi inerenti la lingua: alcuni parlavano solo inglese, mentre le mogli non sapevano una parola.

Sara Pizzorni

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