Cronaca
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Test sierologico prima della seconda
dose? Laiolo: "Non ha nessun valore"

La responsabile del servizio vaccinale dell'Asst di Cremona risponde ai dubbi che stanno attraversando molte persone che si sono negativizzate e presentano alti livelli di anticorpi: "Inutile spendere soldi, il dosaggio sierologico non è un criterio utile nel processo decisionale"

Niente di nuovo sotto il sole: la vaccinazione contro il Covid, con qualunque vaccino sia stata fatta, ha le stesse caratteristiche di tutti gli altri vaccini ed ha l’obiettivo di stimolare una memoria immunitaria negli individui. Il test sierologico per capire se abbiamo sviluppato una quantità sufficiente di anticorpi “non è utile nel processo decisionale se vaccinarsi o meno”. La dottoressa Antonella Laiolo, responsabile del servizio vaccinazioni dell’Asst di Cremona, sgombera il campo dai dubbi che tante persone stanno avendo in questi giorni, al rientro dalle vacanze e con la prospettiva di dover rinunciare a svariate attività se privi di Green pass.

“In realtà – spiega Laiolo – è fin dall’inizio della campagna vaccinale che da parte del Ministero e poi di Regione e Aifa, è stato chiaramente spiegato che il dosaggio degli anticorpi non serve per  decidere se vaccinarsi o meno. Il dosaggio degli anticorpi circolanti non ci dice niente sulla memoria immunitaria e invece è questo l’obiettivo che vogliamo  strutturare mediante il vaccino”.

“Anche nel nostro hub diverse persone che avevano fatto la prima vaccinazione non si sono più presentate per la seconda. Le abbiamo richiamate, perchè il ciclo vaccinale va completato. A queste persone rispondiamo sempre che è inutile spendere denaro per un test che è inutile ai fini del completamento del ciclo vaccinale, o della vaccinazione stessa. Io non ne ho mai consigliato uno, fare il test sierologico può essere una curiosità, ma non è dirimente”.

Eppure sono proprio alcuni medici, non certo quelli che fanno l’anamnesi negli hub, a raccomandare il  sierologico ai propri pazienti. Netta la risposta di Laiolo: “Ne siamo consapevoli e abbiamo chiesto all’Ats di ricordare ai colleghi medici quella che è la normativa. Questi test vanno infatti a sovraccaricare il sistema sanitario e fanno spendere denaro alle persone senza essere decisivi”.

“Quello che voglio dire – aggiunge il medico – è di cercare di non essere per forza creativi con questo vaccino solo perchè nato da poco. E’ un vaccino come gli altri a cui siamo abituati da più tempo, quasi tutti hanno un ciclo primario di una, due o tre dosi. In effetti, se vado a dosare gli anticorpi tra seconda e terza dose, vedrò che sono alti, e questo lo constatiamo anche, ad esempio, per il vaccino contro il papilloma e quello per l’epatite B”. Non esiste, insomma, un problema di sovrabbondanza di anticorpi, come chiarito anche da un autorevole esperto in materia, Alberto Mantovani, professore emerito presso l’Humanitas e presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca: “Il dosaggio è una misura grossolana della risposta immunitaria. Non c’è, ad oggi, quello che viene chiamato un “correlato di protezione”, un livello di anticorpi misurato secondo standard internazionali che assicuri protezione dallo sviluppo dei sintomi da Covid-19 o che indichi se una persona si deve vaccinare o meno”.

“La risposta immunitaria al virus – prosegue Mantovani – è estremamente complessa. Ridurre il tutto ad una conta degli anticorpi non è corretto poiché esistono tutta una serie di altre componenti non valutabili con un semplice dosaggio anticorpale -come le cellule B della memoria e la risposta mediata dalle cellule T- utili a contrastare efficacemente Sars-Cov-2”.

La norma era già stata dettata il 21 luglio nella circolare del direttore servizio di prevenzione del ministero della Salute Giovanni Rezza, poi ripresa da Regione Lombardia e ribadita il 4 agosto: “è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-SARSCoV-2/COVID-19 nei soggetti con pregressa infezione da SARS-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione. Per i soggetti con condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici, in caso di pregressa infezione da SARS-CoV-2, resta valida la raccomandazione di proseguire con la schedula vaccinale completa prevista”.

Con un chiarimento importante: “Si coglie l’occasione per ribadire che, come da indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’esecuzione di test sierologici, volti a individuare la risposta anticorpale nei confronti del virus, non è raccomandata ai fini del processo decisionale vaccinale”.

E ancora, il 4 agosto: “Si ribadisce che l’esecuzione di test sierologici, volti a individuare la risposta anticorpale nei confronti del virus, non è raccomandata ai fini del processo decisionale vaccinale; per tale motivo la presenza di un titolo anticorpale non può di per sé essere considerata, al momento, alternativa al completamento del ciclo vaccinale”. g.biagi

 

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