Lettere
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da Matteo Piloni – consigliere regionale Pd

Egr. Direttore

Se la Regione più industrializzata del nostro Paese precipita di oltre venti posizioni in 20 anni nella graduatoria fra le regioni europee in termini di reddito procapite scendendo dal 14° al 36° posto, non dovrebbe questo tema balzare al centro delle discussioni politiche della giunta e del consiglio regionale? Si può affrontare e discutere del bilancio regionale senza tener conto della china sulla quale la Lombardia si trova da oltre vent’anni e delle necessità assoluta di assicurare le condizioni per risalire la china?

Il Pil regionale pro capite della Lombardia, paragonato alla media europea, ha perso 12 punti dal 2006 al 2018, venendo abbondantemente superato da regioni dell’Est come Praga, Bratislava e anche Bucarest.
Per quanto riguarda il lavoro, nel secondo trimestre del 2021 crescono in Lombardia i lavoratori instabili: se tra assunzioni e cessazioni il saldo è positivo per contratti a termine (+48%), stagionali (+14%), a somministrazione (+12%), intermittenti (+11%) e in apprendistato 8+5%), diminuiscono i contratti a tempo indeterminato (-19%, come nel 2020).

La povertà assoluta tra il 2005 e il 2019 in Lombardia è cresciuto di circa il 300%, passando dal 2,3% al 6,8% (Rapporto BES 2020), e nel 2020 è cresciuta ancora, al 7,1%, a un passo dalla media nazionale del 7,7%. (Polis, Rapporto Lombardia 2021, tutti i dati da qui in poi)
Chi sono le famiglie povere? Quelle con almeno un figlio minore (8,5%), che vivono in affitto (14,5%), con 5 o più componenti (18,4%). Un quarto delle famiglie straniere è in stato di povertà.
I working poors sono l’8,4% dei percettori di reddito (media UE 9%) e sono soprattutto donne (13,5% rispetto al 4% degli uomini) e giovani nella fascia d’età 15-34 anni (11,82%) e più vicini alla pensione (55-64 anni, 8,6%)
Questi dati hanno anche un impatto sulla natalità, che già prima della pandemia, dal 2009 al 2019, è crollata del 25%.

Quanto alle donne, mentre sono l’80,4% le laureate con un figlio minore di 6 anni che lavorano, si scende al 64% delle diplomate e al 37,1% di chi ha al massimo la licenza media. Conta anche il fatto che in Lombardia ci sia posto in asilo nido per il 31,7% dei bambini, e la nostra Regione è solo nona in Italia.

Per quanto riguarda la formazione, sempre le donne pagano un prezzo più elevato anche in termini di formazione permanente: se in Lombardia questa cala nel 2020 di 1,2 punti, più che a livello nazionale, il conto lo pagano soprattutto le donne, con un calo dell’1,7

Nella progredita Lombardia, fuori dalle province di Milano e Monza e Brianza, la diffusione della banda ultralarga non supera il 48%.

La Lombardia, con l’1,28% di spesa per Ricerca e Sviluppo sul Pil è solo ottava in Italia, ma a mancare è la spesa pubblica per R&S, per la quale la nostra regione è penultima in Italia, seguita solo dalla Valle d’Aosta. Compensa, in parte, la spesa privata, che vede la Lombardia in terza posizione.
Deficit di formazione e infrastrutture hanno un costo.

La Lombardia rimane la prima regione manifatturiera italiana, ma vede una contrazione significativa delle attività industriali tra il 2011 e il 2019. Il valore aggiunto della produzione dell’industria lombarda è, costantemente dal 2012 al 2017, solo settimo in Italia.

Le questioni “agricole” non possono più essere disgiunte da quelle dello sviluppo sostenibile. E i due anni in più per la programmazione della futura PAC, unita ai fondi del PNNR, devono imprimere una svolta in questa direzione. Più fondi per il rapporto agricoltura-ambiente (tecnologie per abbattere i rifiuti agriroli, liquami ecc, per abbattere il consumo di acqua, per incentivare il benessere animale). Sostenere e far progredire le nostre “agricolture” da quelle di pianura più intesive, a quelle di qualità delle altre zone della Lombardia in un ragionamento che deve vedere il sostegno al reddito dell’agricoltore non con lo stesso tenore se stiamo parlando di pianura o di montagna. Un occhio di riguardo anche alle nuove tecnologie che vengono avanti, (idroponica ecc.) sostenendole evitando però nuovo consumo di suolo, come alcune parti della nuova legge regionale hanno lasciato intendere.

Di fronte a questo quadro la questione che più lascia stupiti è l’assoluta incapacità di regione di invertire la rotta. Il PNRR può essere una grande occasione per dare una mano, ma vediamo che anche su questo non c’è chiarezza.

Sono e siamo preoccupati, perchè vediamo una Regione stanca, incapace di invertire la rotta o, peggio ancora, inconsapevole di questi numeri.

 

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