Botte alla moglie incinta e pugni alle figlie: ex pivot condannato a quattro anni
L'ex giocatore di basket si era difeso, puntando il dito contro i Testimoni di Geova che avrebbero convinto la sua famiglia a muovere accuse contro di lui
Per quasi vent’anni aveva maltrattato la moglie e le tre figlie minori. Colpevole, secondo il giudice, che ha condannato un ex giocatore di basket di 53 anni, oggi imprenditore agricolo nel suo paese d’origine, a quattro anni di reclusione, così come chiesto dal pm onorario, e ad un risarcimento di 3.000 euro come provvisionale a ciascuna delle tre parti civili, rappresentate dall’avvocato Elena Guerreschi.
Accuse che l’uomo in aula aveva negato con forza. “Sono cose che i Testimoni di Geova hanno messo nella loro testa e nella loro bocca”, aveva sostenuto, spiegando così il motivo delle accuse mosse dalla sua famiglia.

Originario della Costa d’Avorio, in passato gestore di un’azienda di pulizie, a Cremona è stato un giocatore di basket. Aveva il ruolo di pivot. “Mi ha aperto le porte del basket il giudice Mario Colace“, aveva raccontato il 53enne, riferendosi al magistrato cremonese scomparso nel 2017 molto noto anche per il suo impegno nello sport, soprattutto nel basket. “Lui ha fatto tutto per me”.
All’epoca dei fatti, dal 1999 al luglio del 2018, l’imputato aveva percosso frequentemente la moglie, anche colpendola con la fibbia di una cintura. L’aveva poi insultata, umiliata, anche in presenza delle figlie. Le aveva sputato in faccia, obbligandola ad avere rapporti sessuali. In una occasione le aveva stretto il collo con violenza, colpendola con un pugno al volto mentre era in gravidanza. L’uomo aveva preso a schiaffi e pugni anche una delle figlie, anche lei colpita con la cintura e insultata.
“Non sei normale, sei proprio scema, ma vuoi fare la p…come tua madre?”, le aveva detto. Un pugno al volto l’aveva preso anche l’altra figlia, a cui l’uomo aveva sputato in faccia. In un’altra occasione l’aveva strattonata per un braccio rompendole il telefono che aveva in mano.
L’uomo era anche accusato di aver costretto la moglie e le tre figlie a pernottare fuori dall’abitazione una notte in inverno, costringendole a dormire in auto.

L’ex atleta, assistito d’ufficio dall’avvocato Raffaella Buondonno, si era difeso, giurando di non aver mai alzato un dito contro la sua famiglia. “Da quando in casa nostra sono entrati i Testimoni di Geova, la nostra è diventata una casa di preghiera. Tutti i giorni erano lì, e io non l’ho più accettato. Da lì sono cominciati i problemi”.
A suo tempo, però, nell’incidente probatorio tenutosi davanti al gip, le figlie avevano ribadito le violenze fisiche e psicologiche subite dal papà.
Dal padre scomparso, in Costa d’Avorio il 53enne ha ereditato la terra e ora lavora come agricoltore. Va e viene a Cremona dal suo paese d’origine per vedere le figlie, con cui ora ha ripreso i rapporti.