Cronaca

Diffamazione omofoba sui social: 74enne assolto. Nodo procedurale, non c'è la prova

Vittime, Sormani e Donders. Il loro legale si è augurato che in futuro vengano svolte "indagini più pregnanti" per identificare gli autori di questi reati sui social

Sergio Sormani e Giorgio Donders
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Un 74enne cremonese finito a processo per diffamazione aggravata a causa di un commento omofobo apparso il 18 ottobre del 2018 sotto il post del racconto dell’unione civile di una coppia di omosessuali, è stato assolto “per non aver commesso il fatto”. Non si è potuta raggiungere la prova che il profilo utilizzato su facebook fosse riconducibile all’imputato, nonostante sul post ci fosse la foto e il nome e il cognome dell’autore.

A suo tempo, sentito dai carabinieri, Vladimiro aveva confermato di essere il titolare del profilo, ma l’inquirente chiamato a testimoniare in aula, luogo dove si forma la prova, non può riportare le dichiarazioni fornite da altre persone nel corso delle indagini preliminari.

Il pm onorario, convinta che l’utilizzatore del profilo fosse proprio l’imputato, con alle spalle precedenti e diverse condanne per diffamazione, aveva chiesto una pena di sei mesi, mentre il legale della difesa, l’avvocato Stefania Giribaldi, ha sottolineato la “carenza di indagini”, richiamando la sentenza di assoluzione pronunciata da un altro giudice del tribunale di Cremona per un caso identico. “Non c’è la prova che l’utilizzatore del profilo sia l’imputato“. Di più: la difesa del 74enne, che non si mai presentato in aula, ha sostenuto che l’anziano non conoscesse le presunte vittime. “Non c’è mai stato alcun tipo di contatto”.

Le presunte vittime sono Sergio Sormani, 58 anni, e Giorgio Donders, 53, lui cremonese da parte di madre, sposi nel settembre del 2018 con la proposta di matrimonio immortalata con un filmato tra le poltrone del “Teatro Ariston” durante il Festival di Sanremo. Artisti, cabarettisti, prestigiatori e attori, nel processo di Cremona erano parti civili con l’avvocato Luca Castelli, di Milano.

“L’imputato aveva ammesso di essere l’autore del post”, ha commentato l’avvocato Castelli. “Poi le regole processuali, prevedendo che la prova si formi nel dibattimento, impediscono, salvo il consenso dell’imputato, che quelle dichiarazioni possano transitare nel processo senza che ci sia ulteriore prova, e tutto questo rende di fatto impossibile l’accertamento delle responsabilità.

Ciò non toglie che a livello civilistico quelle dichiarazioni hanno una loro rilevanza ed eventualmente si aprirà la strada del processo civile per cercare di arrivare ad un risarcimento del danno, che non è finalizzato a guadagnare, ma in primo luogo a dare un segnale che le condotte generano delle responsabilità da parte di chi le commette, e dall’altra sostenere tutte quelle iniziative volte a tutelare le persone che ancora oggi sono vittime di discriminazioni per il loro orientamento sessuale“.

“Le parole apparse sul post”, ha aggiunto l’avvocato, “sono apparse eccessivamente violente e gratuite. Il fatto che i miei clienti e l’imputato non si conoscessero richiama ad una voglia di dare spazio alle proprie frustrazioni, insultando delle persone che erano in un contesto che per loro doveva essere di tutta felicità, e cioè la proposta di matrimonio per suggellare il loro amore. Tutto ciò dimostra come serva ancora dell’educazione a tutti i livelli su quello che è il rispetto delle persone anche nella loro diversità“.

Il legale si è anche augurato che “le procure vengano sensibilizzate a svolgere indagini più pregnanti per identificare chi commette questi reati. I social danno spazio a chiunque, senza freni, generando questa idea di impunità perchè tanto c’è la foto, non c’è la foto, tanto chi dice che sono io…. Questo è grave e bisognerebbe responsabilizzare maggiormente sull’uso di questi strumenti”.

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