Cronaca

"L'intelligenza artificiale è una scienza, non uno strumento": parola di Gianna Martinengo

L'esperta di nuove tecnologie: "Non riduciamo tutto ad una questione tecnologica. Necessaria la presenza degli umanisti e degli esperti di etica"

Gianna Martinengo, esperta di nuove tecnologie
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Tanti rischi e altrettante opportunità, in un dedalo infinito di informazioni a portata di clic.
L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella vita quotidiana di tutti, travolgendo schemi e certezze con una velocità impensabile fino a pochi anni fa. Attorno a essa si sono aperti dibattiti accesi: da un lato strumento di supporto imprescindibile, dall’altro fonte di timori. E una domanda, su tutte, resta sospesa come una spada di Damocle: come dobbiamo comportarci?
A intervenire sul tema è Gianna Martinengo.

Piemontese, umanista, una vita trascorsa tra Italia e Stati Uniti, si definisce “imprenditrice del fare”, con una naturale inclinazione verso l’innovazione, sempre vista come un’occasione per mettere in rete idee, competenze e conoscenze. Da sempre attenta ai cambiamenti della società, ha anticipato l’evoluzione delle tecnologie applicate al servizio dei cittadini, dedicandosi alla ricerca e alla sperimentazione nell’ambito dell’apprendimento digitale.

L’intelligenza artificiale non è uno strumento, è una scienza – spiega – ed è il collante tra le scienze del computer, quindi hardware, software e reti, e le scienze cognitive: filosofia, antropologia, linguistica. È fondamentale riconoscere il valore dell’umanesimo, che deve restare centrale nell’integrazione dell’IA nel lavoro e nella vita quotidiana”.
Martinengo racconta di aver iniziato a occuparsi di tecnologie nel 1982 a Stanford, negli Stati Uniti, per poi tornare in Italia con l’intenzione di mettere a disposizione del proprio Paese ciò che aveva imparato.

“Purtroppo l’ente pubblico non era pronto ad ascoltare – ricorda – e così sono diventata imprenditrice per forza, altrimenti non avrei potuto sviluppare ciò che avevo acquisito”.
Un punto fermo, secondo Martinengo, è non dimenticare l’interazione umana, unica vera garanzia di governabilità dell’intelligenza artificiale.

“Se la riduciamo a una questione puramente tecnologica, il rischio c’è – sottolinea –. Per questo è necessaria la presenza degli umanisti, degli esperti di etica e di chi spiega che l’IA è una scienza, non solo uno strumento. Il loro contributo serve a evitare derive incontrollabili. Altrimenti ci troviamo davanti a un mezzo che può sfuggire di mano, soprattutto se qualcuno se ne appropria in modo improprio“.

La studiosa affronta poi il concetto stesso di “intelligenza”, articolandolo in diversi piani.
“L’intelligenza artificiale simula il funzionamento del nostro cervello attraverso robot e algoritmi, ma non basta. Accanto a essa ci sono l’intelligenza umana e soprattutto l’intelligenza emotiva: saper gestire le proprie emozioni e quelle degli altri, in famiglia e sul lavoro, è fondamentale. Infine c’è l’intelligenza dell’età, l’aging intelligence: nelle imprese convivono oggi cinque generazioni, con esigenze e aspettative molto diverse. L’alleanza tra queste generazioni è decisiva per affrontare il futuro del lavoro”.

Martinengo si sofferma anche sull’accelerazione tecnologica in atto.
“Se sono serviti 30 anni perché il personal computer diventasse di uso comune, e 10 per i social, oggi l’innovazione corre a una velocità mai vista. Non fai in tempo a comprendere una tecnologia che ne arriva subito un’altra. L’intelligenza artificiale di oggi è ancora una scatola nera: vediamo i risultati, ma non sappiamo come ragiona. Dietro l’angolo c’è l’intelligenza artificiale generale, che forse ci permetterà di rendere spiegabile ciò che oggi non lo è”.

“L’intelligenza artificiale deve essere considerata una scienza – conclude -. Se la vediamo solo come uno strumento, è evidente che con uno strumento si possono fare anche danni enormi. E alcuni li vediamo già oggi, considerando quanto le big tech siano diventate attori geopolitici di grande peso”.

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