Cronaca

Morte nei campi di Stagno Lombardo: don Zanaboni richiama la Chiesa al dovere di non restare in silenzio

Attraverso il pensiero di don Primo Mazzolari, il sacerdote rilancia il valore della dignità del lavoro e denuncia il rischio del silenzio davanti a tragedie che interrogano la coscienza di tutti

Carabinieri e Ats a Stagno Lombardo
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La morte di Gheorghe Marian Burjan, il bracciante agricolo di 19 anni deceduto nei giorni scorsi mentre lavorava alla raccolta dei pomodori nelle campagne di Stagno Lombardo, continua a suscitare riflessioni che vanno oltre la cronaca. A intervenire è don Umberto Zanaboni, vicepostulatore della causa di beatificazione di don Primo Mazzolari e incaricato diocesano per la Pastorale missionaria e Migrantes, che affida a una lunga riflessione un forte appello alla coscienza della Chiesa e della società.

“Ci sono avvenimenti davanti ai quali la Chiesa non può rimanere zitta. Noi cristiani, in nome del Vangelo, non possiamo tacere”, scrive il sacerdote, sottolineando come, mentre la magistratura è chiamata ad accertare le cause e le eventuali responsabilità della tragedia, esista un giudizio che “non può attendere: quello della coscienza”. Per don Zanaboni il rischio più grande è che la morte del giovane lavoratore diventi soltanto un episodio destinato a scomparire rapidamente dall’attenzione pubblica. “Ci sono morti che durano il tempo di un titolo di giornale. Poi la vita continua. Ma non è giusto che continui dimenticando”.

Il sacerdote denuncia quello che definisce il “silenzio” delle comunità cristiane e del dibattito pubblico, interrogandosi su come vicende interne alla Chiesa e contrapposizioni ideologiche riescano spesso a occupare più spazio della morte di un ragazzo che perde la vita mentre lavora. “Quando le vicende ecclesiastiche occupano più spazio del grido di un uomo che muore lavorando, forse abbiamo smarrito l’ordine delle priorità del Vangelo”.Per sviluppare la sua riflessione, don Zanaboni richiama il pensiero di Don Primo Mazzolari, citando il celebre discorso pronunciato il Primo Maggio del 1957. Un testo che considera ancora oggi di straordinaria attualità perché mette al centro non le categorie economiche, ma le persone. Mazzolari definiva i lavoratori “uomini di fatica, uomini di sofferenza, uomini mal pagati, uomini di speranza”, ricordando come davanti a Dio nessun lavoratore possa essere considerato straniero.

Da qui nasce anche una critica al linguaggio con cui spesso vengono descritti i braccianti e i lavoratori migranti. “Noi continuiamo a parlare di immigrati, di extracomunitari, di stagionali, di manodopera. Il Vangelo parla anzitutto di fratelli”, osserva don Zanaboni.

Al centro della riflessione c’è anche il valore del lavoro come dimensione sacra della vita umana. Richiamando ancora Mazzolari, il sacerdote ricorda che Cristo stesso ha condiviso per trent’anni la condizione del lavoratore e che “umiliare il lavoro significa umiliare l’uomo”. Per questo tornano di estrema attualità le parole pronunciate quasi settant’anni fa: “Chi non paga la fatica fa un sacrilegio”. Un’affermazione che, secondo don Zanaboni, oggi richiama tutte quelle situazioni in cui la sicurezza viene sacrificata alla produttività o la persona viene considerata meno importante del profitto. La morte di Gheorghe diventa così un interrogativo rivolto non soltanto alle istituzioni, ma anche alle comunità cristiane. “Dobbiamo chiederci se, come Chiesa, siamo capaci di vedere. Se siamo capaci di ascoltare. Se siamo capaci di piangere. Se siamo capaci di gridare all’ingiustizia”.

I campi, osserva il sacerdote, non sono soltanto luoghi di produzione agricola, ma spazi nei quali si misura “la qualità morale di una società”. Perché il valore di un Paese, scrive, “non si giudica da quanto produce, ma da come custodisce la dignità di chi lavora, soprattutto quando è giovane, straniero, povero e facilmente sostituibile agli occhi del mercato”. Nel finale della sua riflessione, don Zanaboni invita la Chiesa a non limitare il Vangelo alle celebrazioni liturgiche. “Il Vangelo non si celebra soltanto sull’altare. Si celebra anche nei campi, nelle fabbriche, nei cantieri, nelle cucine, nei magazzini; ovunque un uomo consumi la propria fatica perché altri possano vivere”. E conclude con un monito che raccoglie l’eredità spirituale di don Mazzolari: “Una Chiesa non diventa povera quando perde prestigio o consenso. Diventa povera quando smette di piangere con chi piange. E quando questo accade, non è il mondo ad allontanarsi dal Vangelo: è il Vangelo che non riesce più a trovare la sua voce nelle nostre parole”.

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