Opinioni

«La scuola è aperta a tutti», soprattutto quando la società cambia

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da Elena Crotti, Sociologa – Esperta di progettazione educativa e sociale

Il dibattito sul tetto alla presenza di alunni stranieri nelle classi si è concentrato su percentuali e soglie che possono aiutare a descrivere alcune difficoltà reali, ma che, da sole, dicono ben poco di ciò che serve oggi ad una scuola per insegnare ed educare bene e rischiano soprattutto di trasformare la presenza di alcuni bambini e ragazzi in un problema da contenere.

L’articolo 34 della Costituzione si apre con una frase essenziale, «La scuola è aperta a tutti», un’affermazione esigente che affida alla Repubblica un impegno: rendere effettivo il diritto all’istruzione anche quando la società cambia e, con essa, i bisogni a cui la scuola è chiamata a rispondere. Citando la Costituzione, viene naturale ricordare che tra le madri costituenti c’era Bianca Bianchi, un’insegnante che lavorò anche nella nostra provincia e che, intervenendo all’Assemblea costituente il 22 luglio 1946, chiese di non relegare la scuola «all’ultimo degli ultimi interessi del vivere sociale», poiché la considerava «il banco di prova della intrinseca forza e ricchezza del nostro Stato democratico».

Parole che, a distanza di ottant’anni, ci interpellano rispetto al nostro futuro: quanto spazio siamo davvero disposti a dare alla scuola nell’immaginare il Paese di domani?

Un interrogativo ancora più pressante se consideriamo la grande tradizione pedagogica italiana, capace di interrogarsi sulle disuguaglianze e di inventare risposte proprio dove il diritto all’istruzione era meno garantito. Le 150 ore permisero a molti lavoratori e lavoratrici di tornare a studiare, riconoscendo che quel diritto non si esaurisce nell’infanzia. A Barbiana, don Milani e i suoi ragazzi denunciarono una scuola che selezionava proprio chi avrebbe avuto più bisogno del suo sostegno.

Nelle periferie torinesi, le prime esperienze di tempo pieno risposero anche ai bisogni delle famiglie arrivate dal Meridione, offrendo ai loro figli più tempo e maggiori possibilità di partecipare alla vita scolastica. Vicende diverse, certo, nate da bisogni precisi, ma accomunate da un obiettivo: ampliare la partecipazione alla scuola, a partire da chi rischiava di restarne escluso.

La stessa capacità di trasformare la riflessione pedagogica in una pratica condivisa si ritrova in Scuola-Città Pestalozzi – nata nella Firenze del dopoguerra come spazio di formazione democratica e di sperimentazione – e nell’esperienza dei nidi e delle scuole dell’infanzia di Reggio Emilia – alla quale Loris Malaguzzi contribuì con un’idea di bambino ricco di possibilità, capace di esprimersi e apprendere in molti modi. Non si tratta di modelli da replicare, perché il contesto e la società sono evoluti, ma queste esperienze mostrano come, nei momenti di trasformazione sociale, la scuola italiana abbia saputo cercare risposte nuove.

Oggi la pluralità di lingue, storie e culture presenti nelle classi interpella la didattica e l’organizzazione scolastica. Una prima, indispensabile precondizione non può che essere il sostegno di chi lavora ogni giorno nelle scuole con organici adeguati, continuità, risorse e riconoscimento sociale. Troppo spesso, invece, gli insegnanti devono misurarsi con nomine tardive, personale insufficiente e responsabilità che finiscono per affrontare da soli.

È difficile non vedere, nelle scelte di chi legifera, un grave deficit di conoscenza di ciò che accade davvero nelle classi: da tempo si chiede alla scuola di rispondere a bisogni sempre più complessi, mentre la si impoverisce di risorse, di pensiero e della legittimazione necessaria a svolgere il suo compito. Ridurre questa complessità a un tetto percentuale significa spostare l’attenzione dagli strumenti (che mancano) agli alunni (che sono presenti).

C’è, infine, una domanda che il dibattito pubblico sembra eludere: che impatto si sta creando sui bambini e gli adolescenti di cui si parla (molti dei quali sono nati o cresciuti in Italia, frequentano le nostre scuole e considerano questo Paese casa)? Sentir parlare della propria presenza a scuola come di un’eccedenza rischia di incidere profondamente sul modo in cui percepiscono il proprio posto nella comunità, perché l’integrazione parte proprio dalla possibilità di sentirsi parte della scuola e della società in cui si cresce. Diversamente, quel senso di appartenenza diventa più difficile da costruire.

La scuola contribuisce a formare anche il rapporto delle nuove generazioni con la società e con la democrazia, ed è per questo che dovremmo preoccuparci della prospettiva di crescere ragazzi che si potrebbero sentire “ospiti a casa loro”. Sarebbe un esito miope per il futuro del Paese, e resta il dubbio, difficile da scacciare, che alimentare questa distanza sia politicamente conveniente per qualcuno, a pagarne il prezzo, però, saranno la scuola, quei ragazzi e, alla fine, tutti noi.

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