Un racconto di Colomba Panigada

Da cosa vogliamo scappare

Un racconto di Colomba Panigada

Era veramente arrabbiata. Aveva preso la mulattiera non sapendo dove portava, voleva solo allontanarsi dal mondo, da chi l’aveva ancora una volta delusa.

Ci cascava sempre nella trappola del “vogliamoci bene”, “sorridi al prossimo e lui ti sorriderà”, ma anche stavolta i risultati non erano stati pari alle aspettative. 

Al diavolo, tutto e tutti, voleva solo scappare dalle emozioni che erano dentro di lei. Le stesse che le facevano allungare il passo, dominando i sassi che sembrava volessero frenarla e farla cadere.

Anche le sue gambe allenate, dopo il primo quarto d’ora, cominciavano a rallentare la corsa e il respiro reclamava un ritmo più lento. Non voleva arrendersi e continuò a divorare il sentiero davanti a sé. Era un percorso diverso dal solito, si poteva perdere, ma non le importava.

Ad ogni passo metteva in fila le immagini e i dialoghi avuti con chi aveva scatenato la sua furia. Aveva lavorato giorno e notte a quel progetto, studiato mappe, fatto proiezioni su come realizzare il villaggio residenziale sul terreno confiscato a noti personaggi del posto. Aveva presentato il disegno ai tre capi dell’azienda e ognuno aveva espresso dei dubbi. O meglio, lei non aveva sentito e percepito che ci fossero punti positivi per accogliere in toto quanto aveva creato. Prevaleva in lei il pensiero “Tutto o Niente”. Non andava d’accordo con le mezze misure o i compromessi. 

Notò in lontananza un punto in movimento. 

“Accidenti, anche qui un essere umano. Con tutti i posti dove andare, perché proprio sulla mia strada?”

Sperava di essersi sbagliata e che il punto che si muoveva prendesse una deviazione che neppure lei conosceva. Invece si stava avvicinando, con passo lento ma regolare, seguendo un suo ritmo. Alto, magro, pantaloni e giacca tecnici e di colori in sintonia con l’ambiente in cui stava camminando. Notò che aveva in mano uno strano bastone lungo e flessibile, ma non era una racchetta per aiutarsi a stare in piedi. 

Percepì un flebile suono in lontananza. Un telefono che squilla? Era stupita e altrettanto seccata. Dieci trilli, poi aveva smesso, senza che l’uomo rispondesse.

La distanza tra loro si stava accorciando. Sembravano gli unici sopravvissuti in quella parte di mondo. Ora poteva vederlo meglio: aveva il viso abbronzato di chi è sempre all’aperto, uno sguardo sereno e allo stesso tempo un po’ perso. Un fisico asciutto e ben equilibrato negli spostamenti. Mise a fuoco il bastone e riconobbe un ausilio per non vedenti, utile a indicare eventuali pericoli. Un cieco su questa mulattiera? Ma come è possibile?

Non voleva cedere allo spirito da Buona Samaritana, come era suo solito. Solo la rabbia doveva rimanere in lei.

Cercò possibili vie di fuga, senza trovarne. I suoi passi decisi, che avevano triturato la strada, erano stati sicuramente sentiti dall’uomo.

«Salve» disse lui. «Non incontro mai nessuno su questa strada. La faccio tutti i giorni. Mia moglie mi accompagna all’inizio della mulattiera e dopo circa un’ora mi aspetta dal lato opposto. Ho scaricato un’applicazione sul cellulare che suona ogni cinque minuti per riconoscere dove sono. Non devo rispondere, se non quando ho la percezione di essermi perso. Conosco bene la zona. Averla fatta più volte con mia moglie mi ha aiutato a memorizzarla. Così, come lei vede, pur essendo cieco, posso muovermi in libertà».

Inspirò profondamente. Stava per rispondergli, quando il suo cellulare squillò. Il display si illuminò: «Dove sei finita? Possiamo riparlare del tuo progetto?»