Un racconto di Daniela Zanotto
Il Fantasma
Un racconto di Daniela Zanotto
La torre ha un falco grigio sui merli e i portoni semiaperti da cui sbircia un fantasma.
Alice è allungata sulla vecchia poltrona girevole, lo sguardo perso sulla reliquia di mattoncini LEGO, dimenticata sulla scrivania.
Dalle imposte della camera filtra la luce triste di un pomeriggio estivo di pioggia e i rumori arrivano attutiti nel chiuso che odora di letto sfatto e calzini usati.
La poltrona cigola in modo sinistro, se non smette di dondolarsi stavolta la rompe definitivamente.
Da poche ore è scaduto il confino in paese vinto nell’ultimo scontro con i suoi.
«Perché non posso andare a dormire da lei?… Cosa vuol dire che abita in città e non conoscete la sua famiglia? È una mia amica, per una volta fidatevi!», con qualche “cazzo!” di troppo che ha sancito la pena.
Ha borbottato «Non m’importa!» con un’alzata di spalle. Si è sfogata dopo, quando ha telefonato piangendo a Maddy. Reclusa in casa, il cellulare a mo’ di protesi, ha saccheggiato l’intoccabile collezione di dvd del nonno, e tra un cult anni Settanta e una saga fantasy ha infilato tutte le puntate della serie sudcoreana top del momento. Sua madre, temendo un effetto hikikomori, ha cercato di trascinarla al mercato del venerdì, senza successo. Alice non ha più amici in paese e sogna di andarsene il prima possibile.
È nel girone infernale degli anomali, abbonata a sguardi ammiccanti o indagatori, saluti imbarazzati e appellativi sussurrati come condanne.
Allunga il braccio e prende tra le mani il fantasma: ha la bocca che sorride e sotto il lenzuolo nasconde un omino uguale a tutti gli altri, non fa paura.
Il cellulare si illumina silenzioso.
Alice sussurra: «Ciao!… ok!… dove?… sì!» La poltrona ha smesso di cigolare.
Lascia il fantasma vicino alla torre ed esce dalla stanza. Si accorge che la pioggia è cessata. Canticchia sottovoce e accenna di nascosto qualche movimento di locking, ma a cena indossa la maschera immusonita che i suoi si aspettano.
Ingoia a fatica due bocconi, poi «Esco!» ed è già fuori dalla porta.
L’aria si è rinfrescata e sulle strade ci sono ancora pozze d’acqua che le sembrano mercurio liquido.
L’anonima maglietta nera e i pantaloni larghi della tuta la fanno ancora più magra. Ha sedici anni ma sembra un ragazzino delle medie: alta, i capelli chiari cortissimi e il viso pulito.
Si avvia con passo veloce e per accorciare attraversa la piazzetta, dove staziona un gruppetto che solitamente evita, ragazzi che la intimoriscono e a volte la insultano.
Cammina decisa e il branco arretra. Qualcuno la guarda come non l’avesse mai vista, poche le parole mormorate. Li ha già superati, portandosi via un istante di involontario e dovuto rispetto.
Adesso corre tra i vicoli, non ha tempo di fermarsi ad accarezzare il gatto rosso, fermo al solito angolo, e nemmeno di rilanciare il pallone, piovuto in strada da un cortile.
Maddy è seduta sulla moto. Indossa la felpa nera con i cuori di strass che le ha prestato Alice, quella che hanno acquistato online, scegliendola tra mille altre e ridendo contente di sé stesse. Sta a testa china sul cellulare. Il profilo perfetto e i capelli dai riflessi chiari, raccolti nella coda, si intravvedono tra gli arbusti del piccolo giardino trascurato, fra le ultime case del paese.
Alice non la chiama, adesso dubita che sia vero ciò che ha sperato, ma non può tornare indietro, ha bisogno di pronunciare le parole che non ha mai detto e di sentirsi dire che è tutto vero, che è tutto bello.
Maddy alza lo sguardo, la vede e sorride. Poi si avvicina e le ragazze si abbracciano silenziose. «Ti amo» dice Alice e Maddy la bacia sulla bocca.
