Un racconto di Maria Luigia Bernuzzi

La telefonata che nessuno vorrebbe mai ricevere

Un racconto di Maria Luigia Bernuzzi

14 aprile

Sono mesi che non sto bene e ancora non so cosa mi stia bruciando viva, cosa mi stia togliendo la linfa e la vita. Ogni giorno un nuovo dolore e nessuno con cui poterlo condividere per alleviare la sofferenza, l’inquietudine della malattia e il peso della solitudine. 

Succede di far finta per anni che la situazione sia sotto controllo, di credere alle parole altrui che mi definiscono una guerriera; succede di ammalarsi, di non star bene e di accorgermi in un attimo di essere sola. In un periodo in cui devo prendermi cura di me stessa, occuparmi della mia attività, senza esimermi dall’impegno familiare di un padre anziano che insiste a vivere in campagna nonostante i suoi novant’anni, fatico a trovare tempo e serenità da dedicare a mio figlio che sta crescendo, affrontando i cambiamenti e tutta l’angoscia per il suo futuro. 

Ogni sera sento mio padre al telefono per un saluto e ricordo la telefonata di quella sera; mi chiese se avessi visto la partita della sua Inter, ma stavo lavorando al computer e non ricordavo la partita; mi disse che non mi ero persa nulla, una brutta partita, ma l’Inter aveva comunque vinto. Ci siamo salutati, accordandoci per la spesa e nulla più.

15 aprile – ore 4:30

Squilla il telefono nel cuore della notte: è mio fratello. Dopo aver tentato di raccontarmi due sciocchezze insensate, per convincermi che tutto andava bene, mi dice di aver trovato nostro padre morto un paio di ore prima, di aver chiamato l’ambulanza ma i medici non avevano potuto che constatarne la morte; una morte lieve, non dolorosa, dato che aveva un’espressione serena. E il cuore si ferma. Così, in un secondo, la vita cambia, svuotando di ogni importanza e significato la routine quotidiana. 

Perché la morte di un genitore, seppur novantenne, rompipalle, testone, taciturno ci sorprende? Perché non siamo mai pronti a una telefonata del genere? Forse perché riapre dolori e silenzi che giacciono in noi fin dall’infanzia. Forse perché non ci sarà più la possibilità di sentirmi dire “Sei stata brava” o “Sono orgoglioso di te” o perché non avrò più la possibilità di vederlo e di sentire la sua voce. 

Mi lascia un vuoto dentro e mi ritrovo bambina, incredula e persa fra un passato che non passa e un futuro senza padre; un padre che non mi ha mai detto “Ti voglio bene” ma solo una serie di educati “Per favore, grazie”. E no, non è un problema generazionale ma patriarcale: un agricoltore abile e caparbio, che vede in un figlio maschio l’unica sua risorsa e gratificazione. A nulla son valsi i miei sforzi, mai un apprezzamento o una soddisfazione; neppure quando è nato mio figlio. Neppure lui è riuscito a scalfire il cuore di mio padre, i cui occhi luccicavano solo parlando di mio fratello, di vacche e di mais… e questa forse è la cosa che più mi ha ferita. 

Come si supera il non detto difronte alla morte? Come si supera la freddezza e il distacco, seppur educato, di un padre? Non mi resta che tornare alla mia nuova realtà, senza poter neppure girare nella ruota del criceto e con la consapevolezza che ci possiamo salvare solo se lo desideriamo. Devo solo capire se lo voglio fare e se mi posso bastare, determinata a non fare lo stesso errore con mio figlio. Forse la telefonata in fondo è servita a farmi mettere il punto e andare avanti.