Un racconto di Paola Di Gesù
Le vele
Un racconto di Paola Di Gesù
Quella mattina, nella piccola Vicostoro, le tapparelle delle case erano ancora serrate; per le vie si sentivano gli sbuffi del vento forte. Incanalati tra le case, portavano con sé anche il picchiettio insistente di un’insegna.
Appeso a un chiodo, il cartello batteva alla porta della bottega dell’unico calzolaio del paese. C’era incisa la scritta sono chiuso; tuttavia la luce era accesa all’interno del negozio.
“Prima o poi… le aggiusto!” pensò Hihestein ‒ questo il nome dell’artigiano. Intanto si grattava il mento pieno di rughe, gli occhi abbassati: stava osservando i suoi mocassini. Parevano caduti in un sacco pieno di farina bianca da quanto il cuoio era consumato: i piccoli rimasugli del marrone originario erano sparsi qua e là come delle ditate.
“Ora però…” il calzolaio dondolò: le sue scarpe scricchiolarono, “devo occuparmi di quelle!” alzò lo sguardo e, le mani nelle tasche del grembiule, sospirò.
Davanti a lui, sul tavolo da lavoro, c’era una montagna di sandali, ciabatte, pantofole, décolleté, ballerine, mocassini, anfibi e stivali. La luce del lampadario del retrobottega, arancione come i pantaloni dell’artigiano, ne illuminava le fodere strappate e le suole bucate.
Hihestein, le occhiaie come altalene fino alle gote scavate, era ritornato nella sua bottega all’alba: voleva aggiustare tutte quelle calzature prima dell’apertura dell’attività perché, a quell’ora, i clienti si sarebbero presentati sull’uscio.
«Al lavoro!» così dicendo, si rimboccò le maniche della giacca.
In quel momento, il telefono del negozio squillò sul bancone, vicino alla cassa.
«Uff!» sbuffò. «Sarà qualche cliente!» e andò a rispondere: i compaesani lo chiamavano a qualsiasi ora, anche quando mangiava o mentre si infilava il pigiama per andare a letto.
Hihestein non doveva fare tanta strada per raggiungere l’ingresso della bottega. Al primo passo, però, udì un tacco schioccare a terra; al secondo passo inciampò, perse l’equilibrio e, con il piede, sentì le schegge delle liste del pavimento. Poi capitombolò a terra: le gambe parevano annodate come lacci.
«Accidenti al telefono!» esclamò, poi storse la bocca in una smorfia di dolore. Si rialzò; sentì un refolo freddo ai piedi.
«Ehi…» ne alzò uno: il tacco penzolava. «Non adesso!» sollevò allora l’altro: la suola, divelta dalla fodera, pareva il becco aperto di una papera.
Nel frattempo, il telefono continuava a squillare.
«Adesso basta!» Il calzolaio, la fronte aggrottata, si mise le mani tra i capelli arruffati, bianchi come batuffoli di cotone. «Mannaggia al telefono!» Così dicendo si sfilò i mocassini, li raccolse e, scalzo, tornò al tavolo da lavoro; posò le calzature vicino al mucchio delle altre.
Da una tasca del grembiule, estrasse dei chiodi: ne appoggiò uno sul tacco di un mocassino; mise gli altri tra le labbra. Afferrò il martello dal tavolo e iniziò a picchiettare. Il rumore dei colpi si confondeva con quello dell’insegna.
Nonostante il vento, un pallido raggio di sole si riflesse sul cartello metallico.
«Chiuso?!» lesse un cliente davanti all’ingresso del negozio. “Impossibile!” pensò; poi, stupito guardò l’orologio al polso: le lancette indicavano l’otto e il sei.
«Hihestein!» esclamò. «Ci sei?»
Non sentì alcuna risposta. “Dovrebbe essere già aperto!” Bussò forte alla porta, «Hihestein!?», e appoggiò un orecchio alla superficie in legno, color bluette: non udì alcun suono.
Si protese allora verso la vetrina: dietro il paravento, scorse solo la luce accesa.
