Un racconto di Daniela Perotti

L’intoppo

Un racconto di Daniela Perotti

Appollaiate come cornacchie una di fianco all’altra sopra piccole seggiole impagliate, curve davanti alle fiamme del camino per meglio riceverne il tepore, come ogni giorno di quel gelido inverno, le due sorelle erano solite trascorrere le ore del pomeriggio in una inedia disarmante, fatta di attimi quotidiani che nulla avevano a che fare con l’impegnare la mente e il corpo. 

L’una, alta e granitica nell’aspetto, mostrava maggiore confidenza con gli spazi della casa, se non fosse stato per quello sguardo vacuo in cui si leggeva un profondo spaesamento dell’anima. Tutto in lei aveva quella scarna fissità che pareva nuda sgradevolezza. 

L’altra, minuta e giovanile nelle grazie, aveva occhi intrisi di rassegnazione. Occhi che un tempo avevano forse amato, ma che ora davano la sensazione che fosse passata attraverso tutto, come in un turbine, e ne fosse rimasta fuori.

A guardarle, non ci si poteva certo rallegrare. Non c’era vita in quella stanza. Solo il ticchettio della pendola da parete riempiva l’aria ferma.

Ogni tanto, a turno, impugnavano l’attizzatoio per ravvivare il fuoco. Uno sguardo sfuggente alla finestra che dava sulla strada le induceva a rompere gli interminabili silenzi, se il passante intravisto fosse stato degno di nota.

Il vecchio entrò con fragore dal cortile, reggendo sulle spalle una pesante sacca di legna da ardere. Era un vecchio male in arnese, chiamato all’imbrunire ad assolvere quell’incombenza. Buttò la sacca di fianco al caminetto e ansimando si gettò sul divano.

«Sto male» riuscì a dire, reclinando la testa all’indietro in cerca d’aria. Il suo volto pareva contorcersi, attanagliato dal dolore. Nessuna delle due donne si scompose.

Improvvisamente il telefono trillò dalla stanza accanto. Le due donne si lanciarono un’occhiataccia: chi poteva essere e chi si sarebbe alzata per andare a rispondere? Intanto la fronte del vecchio, inerme sul divano, assumeva il colore scuro della morte e il suo respiro si faceva rantolo.

Si diressero entrambe verso lo squillo insistente:

«Pronto» si decise la più giovane.

«Ciao zia! Il nonno c’è? Volevo sapere se mi ha sistemato la bicicletta!»

«Sì, c’è» e laconica adagiò la cornetta sul mobiletto.

«Chi è?»

«Carlo, vuole il nonno».

Tornate di là, lo cercarono con lo sguardo. La più giovane parve capire la gravità in cui questi versava e cominciò ad agitarsi e a correre verso il telefono:

«Il nonno, il nonno, il nonno…»

Quella sconosciuta sensazione di terrore le imperlava di sudore la fronte e le bloccava ogni pensiero. Il respiro lo sentiva come imprigionato in una gabbia e pronto a esplodere da un momento all’altro. Oddio, ma cosa stava accadendo al suo corpo! Le gambe non la reggevano, e quando finalmente raggiunse il salotto, cercò aiuto negli occhi dell’altra, farneticando sillabe senza senso e scuotendole le braccia con la poca forza che le rimaneva.

 Ma questa, con una lucidità di sguardo da tempo scomparsa, la bloccò:

«Non ti affannare. È bello che morto».