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“Educare insieme: che forza!” Il messaggio del vescovo Lafranconi agli oratori della diocesi

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Un invito rivolto agli educatori a compiere la propria azione formativa in piena sinergia sia con gli altri operatori ecclesiali che con le agenzie “laiche” presenti sul territorio, nella consapevolezza che tutta la comunità ecclesiale è chiamata a impegnarsi nell’educazione alla fede delle nuove generazioni. È questo uno dei passaggi fondamentali del messaggio che il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi, ha indirizzato a tutti gli oratori all’inizio dell’anno pastorale 2011/2012. Un documento che si inserisce nel cammino della diocesi che anche nei prossimi mesi continuerà a tenere fisso lo sguardo sulla figura dell’educatore, posticipando l’attenzione al mondo della scuola nel 2012/2013.

Educare: un fatto comunitario

Nel suo messaggio il Vescovo sottolinea la complessità del percorso educativo dove «intervengono e si sovrappongono molti fattori e anche varie suggestioni». Oltre a persone e istituzioni diverse, in tale percorso interferisce, infatti, anche «quel clima generale che rappresenta il “brodo di cultura” dove le persone crescono assimilandone anche inconsciamente stili di vita e criteri di giudizio».

Dinanzi a questa situazione la Chiesa raccoglie la sfida nella consapevolezza che l’azione educativa è sempre un’esigenza attuale, urgente e bella. Mons. Lafranconi ribadisce l’invito a tutte le componenti ecclesiali a non sentirsi «troppo lontane dalla realtà giovanile e, quindi, dalla propria responsabilità educativa, che si può espletare tanto nella presenza diretta in oratorio, quanto nella preghiera e nella testimonianza».

Proprio sul ruolo e sull’identità dell’oratorio il vescovo spende più di una parola: «Non è un mistero  per nessuno – riflette il Presule – quanto oggi sia impegnativo mantenere in oratorio la sua funzione educativa. Chi non lo frequenta non sempre condivide i suoi obiettivi ispirati alla fede e alla trasmissione della fede». Per tale motivo è necessario che tutta la comunità sia sinceramente partecipe della vita e delle esigenze dell’oratorio, sostenendone le speranze e il lavoro, contribuendo a verificarne le attività.

Le caratteristiche dell’educatore

Nella seconda parte del documento mons. Lafranconi tratteggia il “volto” dell’educatore individuando alcune caratteristiche necessarie per un lavoro davvero sinergico.

Anzitutto l’educatore deve essere «persona ecclesiale», cioè deve essere consapevole della sua appartenenza alla Chiesa e deve valorizzarne tutto il significato. Il formatore, nei confronti dei ragazzi, costituisce l’immagine della comunità ecclesiale e attraverso le sue parole e gesti ne manifesta l’identità. Per questo la comunità ha particolarmente a cuore i propri educatori e la loro formazione.

In secondo luogo egli deve concepire «il proprio compito come l’apporto di un tassello che solo assieme ai tasselli portati da altri può dare completezza al disegno educativo». Ciò è possibile solo se si coltivano atteggiamenti virtuosi come l’umiltà, la capacità di apprezzare e valorizzare gli apporti degli altri, la libertà da ogni forma di possessività o di gelosia, la disponibilità e la gioia di collaborare.

In terzo luogo il formatore deve divenire sempre più uomo di relazioni, anzitutto con gli altri adulti che prestano servizio nella comunità e poi con i genitori, gli insegnanti, gli allenatori sportivi. «È proprio questo “gioco di squadra” – scrive mons. Lafranconi – che permette ai ragazzi/giovani di trovare riferimenti educativi nelle varie figure che incontrano nel tempo della loro crescita e che presentano nel loro insieme la varietà delle vocazioni nella Chiesa».

Il perdono: esperienza di relazione educativa

Continuando nella riflessione sulla figura dell’educatore, il Presule rimarca l’importanza dell’esperienza del perdono «coefficiente imprescindibile nel costruire il tessuto sociale di una comunità fatta di uomini segnati dalla fragilità e dal peccato».

Correzione fraterna e perdono, pur non essendo più di moda, neppure nella Chiesa, rimangono elementi indispensabili per la vita di ogni comunità. «La correzione – spiega il vescovo Dante – è segno che l’educatore si prende a cuore il bene dei ragazzi, considerandoli come fratelli, membri della stessa famiglia».

Per mons. Lafranconi perdonare non vuol dire soprassedere alla giustizia, ma perseguirla raccogliendo frutti nella carità. Chi ottiene giustizia, infatti, spesso continua a portare nel cuore odio e disprezzo, essa invece deve mirare a ristabilire rapporti fraterni e ciò è possibile solo attraverso il perdono.

Lo stesso educatore deve imparare a domandare perdono quando insegna il male o induce a compierlo: «Non è questo intreccio di perdono chiesto e accordato – si domanda mons. Lafranconi – un messaggio di grande valore educativo? Lo è per l’esempio di magnanimità di chi perdona; lo è per l’umiltà e il pentimento sincero di chi è perdonato».

Pertanto «educare a chiedere e a dare il perdono ha un’alta valenza sociale per la potenzialità di instaurare relazioni nuove tra soggetti avversari e per l’apporto nuovo nel disegnare il volto fraterno della società».

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