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'Paga o i Mancuso incendiano negozio' Pizzo a commercianti, sei a processo

polizia

Sei persone sono a processo davanti al collegio presieduto dal giudice Pierpaolo Beluzzi con l’accusa di estorsione per aver chiesto il pizzo ad alcuni commercianti cremaschi. E’ l’operazione “Vagnari u pizzu” (Bagnare il becco), portata a termine dagli agenti del Commissariato di Crema il 20 dicembre del 2012 con l’arresto di sette persone, sei italiani e uno straniero, che secondo l’accusa si fingevano affiliati al clan dei Mancuso. A dare avvio alle indagini, una prima denuncia per estorsione sporta dal titolare di una pizzeria di Crema nel gennaio del 2011. Da qui la scoperta di altre estorsioni ai danni di un negozio della città e di una cooperativa operante nella fornitura di lavoro temporaneo.

Oggi pomeriggio in aula, davanti agli imputati, ai loro familiari e agli amici venuti ad assistere al processo, è stata sentita la testimonianza di una delle vittime, un commerciante cremasco. A fatica, a causa dei tanti “non ricordo”, spronato dal giudice e aiutato dal pm Francesco Messina a ripercorrere i fatti che lo hanno visto coinvolto, l’uomo ha cercato di spiegare quanto gli era accaduto nel dicembre del 2011. “Una sera un signore mi si è avvicinato e mi ha messo la mano sulla spalla”, ha ricordato il teste. “Mi ha chiesto se ero amico dei poliziotti e dei carabinieri, e io ho risposto di sì. Poi mi ha detto: ‘ho fame, ci vediamo’”. “Aveva un atteggiamento strano”, ha detto il commerciante, “ero spaventato, così ho chiamato i carabinieri”. Qualche giorno dopo il commerciante e la moglie avevano raccontato dello strano incontro a Marzio Fortunato, 58 anni, pugliese, residente nel cremasco, conosciuto come “il mafioso”. “E’ nostro cliente da vent’anni”, ha riferito il testimone, “lo conosciamo, mi ha detto di stare tranquillo”. Dopo qualche tempo, però, il 58enne si era presentato in negozio dicendo al commerciante che c’erano persone che volevano da lui del denaro, 40.000 euro. “Marzio ha nominato la famiglia Mancuso”, ha spiegato il teste, ma io ho pensato ad uno scherzo”. Alcuni giorni dopo, sempre secondo il racconto della vittima, Marzio si era nuovamente presentato dicendo di aver saputo che colui che aveva messo la mano sulla spalla del commerciante era una persona inviata dai calabresi per volere di un concorrente del negoziante che intendeva dar fuoco alla sua attività. “Non ci ho creduto”, ha detto il teste, che per questi episodi non ha mai sporto denuncia. “A volte quello che Marzio diceva sembrava uno scherzo, a volte la verità”. Successivamente l’esercente aveva ricevuto altre visite dell’imputato che gli aveva detto che i Mancuso gli chiedevano 30.000 euro, poi in un’altra occasione, 15.000. “Ho detto a Marzio, che si era offerto di pagare lui, che non avrei mai pagato e che nemmeno lui doveva farlo”. Alla fine, però, il cliente ‘amico’ gli aveva comunicato che aveva pagato per lui e che ora era lui a dovergli del denaro. E in un’occasione gli aveva detto: “Ora mi faccio dare i soldi dai Mancuso, così loro ti incendiano il negozio”. A quel punto il commerciante, molto spaventato, si era rivolto alla polizia. “Non avevo paura di Marzio”, ha detto il teste a domanda del pm, “ma della famiglia Mancuso”. Tra gli imputati presenti oggi in aula, il testimone ha riconosciuto il solo Marzio Fortunato.

In aula è stata sentita anche la testimonianza della moglie del titolare di una pizzeria di Crema, che prima di lei, essendo imputato in un procedimento connesso, si è avvalso della facoltà di non rispondere. La donna ha parlato di un episodio accaduto in pizzeria la sera dell’Epifania del 2011, quando erano entrate due persone che chiedevano dei titolari. “Ho chiesto poi a mio marito”, ha detto la teste, “e lui mi ha detto che volevano dei soldi. Uno dei due gli ha detto: ‘gli amici in carcere vogliono i soldi’. Mio marito ha chiesto spiegazioni, ma loro gli hanno risposto: ‘non ti interessa chi siamo, ma bisogna pagare, altrimenti facciamo saltare tutto”. “Uno era alto e robusto”, ha ricordato la donna, “l’altro era di bassa statura, col cappuccio e la sciarpa”. In aula la testimone non ha riconosciuto nessuno degli imputati come i due uomini che quella sera si erano presentati in pizzeria.

Ultimo teste, un indiano residente a Sergnano, nel 2010 titolare di una cooperativa. All’epoca dei fatti, nel verbale redatto dalle forze dell’ordine, aveva raccontato tanti particolari della vicenda che lo aveva visto coinvolto, comprese le richieste di denaro e gli episodi in cui lui aveva pagato. ‘Sappiamo dove abiti e dove lavori’, gli era stato detto (sono le sue dichiarazioni rese a verbale), ‘vediamo tuo figlio giocare sul balcone’. Oggi in aula, però, con un italiano parlato a fatica, l’uomo non ha confermato i fatti. Il testimone dovrà ripresentarsi in tribunale nella prossima udienza, fissata al 18 febbraio, questa volta affiancato da un interprete.

“E’ stato difficile convincere le vittime che subivano minacce a testimoniare”, erano state le dichiarazioni del dirigente del Commissariato di Crema Daniel Segre il 20 dicembre del 2012 durante la conferenza stampa. “Erano spaventati e solo dopo essersi convinti hanno iniziato a fidarsi e a raccontare i dettagli delle estorsioni”.

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