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Protti caso giudiziario La verità nei documenti storici acquisiti dal gip

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Il giudice Salvini

Nella foto, da sinistra gli avvocati Andrea Polara e Lapo Pasquetti, l’avvocato Bazzano e la vedova di Protti Masako Tanaka

Si è discusso oggi davanti al giudice Guido Salvini il caso giudiziario sul famoso baritono cremonese Aldo Protti, diffamato, a detta della famiglia, da un giornalista cremonese e da Deo Fogliazza, figlio di Enrico “Kiro” Fogliazza, partigiano cremonese simbolo della Resistenza. Il giornalista, assistito dall’avvocato Andrea Polara, e Fogliazza, difeso dal legale Lapo Pasquetti, sono accusati di aver scritto sui rispettivi blog frasi ingiuriose nei confronti del celeberrimo artista cremonese scomparso nel 1995, messo in relazione ai rastrellamenti in Val di Susa dove vennero trucidati anche partigiani cremonesi.

Il giudice, che si è riservato, dovrà decidere se accogliere o meno la seconda richiesta di archiviazione presentata dalla procura in seguito alle indagini integrative ordinate dallo stesso magistrato per fare piena luce sull’episodio del Col del Lys e sui fatti storici relativi alla presenza o meno del famoso baritono nei rastrellamenti contro i partigiani.

In udienza, alla richiesta di archiviazione della procura, i familiari di Protti (in tribunale era presente la moglie Masako Tanaka Protti) si sono opposti.

“Le risultanze istruttorie sono a sfavore degli eredi di Protti”, ha detto l’avvocato della difesa Polara, “considerato che le dichiarazioni dello storico Bruno Maida danno per scontata la presenza di Protti nella sesta Compagnia della Guardia nazionale repubblicana di Cremona, dunque Protti partecipò sicuramente a dei rastrellamenti”.

Ma il dato più rilevante dell’indagine documentale lo ha rivelato l’avvocato Pasquetti, che ha parlato dell’esistenza di documenti acquisiti dal gip presso il distretto militare “che smentiscono il contenuto del cosiddetto ‘Foglio Notizie’ redatto dallo stesso Protti nel ’48 e da cui emerge che il baritono fu trasferito a Torino il 15 giugno del ‘44 e non il primo luglio del ‘44, e quindi la sua presenza a Torino nel teatro di guerra è compatibile con la data della strage del Col del Lys”. “Questo elemento”, ha concluso Pasquetti, “è sicuramente utile per poter riscrivere con maggiore certezza gli elementi una pagina della storia della lotta antifascista in Val di Susa e di rivedere la decisione della Commissione di intitolare a Protti una strada”.

L’avvocato Alberto Bazzano, del foro di Torino, che assiste la famiglia, ha invece chiesto l’imputazione coatta, e ha spiegato che “Protti non partecipò ai rastrellamenti del 2 luglio del ‘44. Il professor Maida dice che non c’è la prova che i singoli militari abbiano partecipato ad azioni di rastrellamento”. “Protti”, ha proseguito il legale, “era ad Avigliana a presidiare il dinamificio difendendolo dai tedeschi che volevano farlo saltare. Protti era ben voluto dalla popolazione perché in diverse occasioni si era anche opposto a soprusi dei tedeschi”. Per l’avvocato Bazzano, “ritenere quindi che Protti fosse in testa ai rastrellamenti sono pure illazioni diffamatorie”.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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