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Stalking alle Poste 'Insultato dalla collega per gli straordinari'

“Chi fa gli straordinari è un bastardo e non si lava”, “sei un infame”, “sei un cornuto”, “sei un gay”, “vieni fuori che ti faccio vedere”. Sono alcune delle frasi che una dipendente dell’ufficio postale di via San Bernardo avrebbe detto ad un collega che l’ha denunciata, facendola finire a processo per stalking. I fatti contestati vanno dal maggio del 2011 al dicembre del 2012, anche se tra i due non correva buon sangue già dal 2007, anno in cui, secondo il postino, “lei ha cominciato a tormentarmi”. Il processo si è aperto oggi davanti al giudice Christian Colombo con la testimonianza della presunta vittima, parte civile attraverso l’avvocato Luciana Quirico, del foro di Lodi.

“Ho avuto la sfortuna di trovarmi nello stesso posto di lavoro”, ha spiegato il postino, “ma per il resto avevamo giri diversi. Da quando ho accettato di fare gli straordinari, coprendo, oltre alla mia, un’altra zona scoperta dal servizio, lei ha iniziato a tormentarmi, insultandomi sia in ufficio che fuori dal lavoro. Per farla smettere, sono stato costretto a fare delle denunce”. “Ho passato anni in questa situazione”, ha riferito il dipendente, “fino a quando un anno e mezzo fa ho avuto la possibilità di andare a lavorare all’ufficio postale di Vescovato. Ho accettato, anche se devo fare dei chilometri in più”. L’uomo ha anche spiegato di essere stato aggredito dalla collega postina: “era un giorno di luglio del 2011, stavo caricando la posta sul motorino, quando è arrivata lei e mi ha fatto il dito medio. Ho fatto finta di niente perché ero abituato, ma poi mi ha colpito con una mano. Non avevo il casco. Mi sanguinava il labbro, ho dovuto andare in ospedale dove mi hanno dato sei giorni di prognosi”.  “Un giorno del 2012”, ha continuato a raccontare il postino, “ero in un locale con un amico e ad un certo punto ho sentito un dolore alla gamba. Era lei che mi ha dato un calcio, poi mi ha riempito di nomi, mi ha chiesto perché l’avevo denunciata, di andare fuori, e poi mi ha sputato in faccia. Ho chiamato i carabinieri, ma quando sono arrivati lei se n’era già andata”. “L’ho incontrata un altro giorno, in un altro locale”, ha aggiunto il dipendente, “e mi ha detto che ero un gay, un infame. Anche al lavoro, all’interno del capannone delle Poste quando andavo a timbrare prendevo dei nomi, e questa cosa era all’ordine del giorno”. “Ho dovuto andare dal medico perché avevo l’ansia, non dormivo di notte”, ha raccontato la presunta vittima. “Il mio medico mi ha consigliato di rivolgermi allo psicologo, il dottore dei matti. Sono anche stato assente dal lavoro e questa situazione ha influito anche nel rapporto con la mia fidanzata”. L’uomo ha anche riferito di aver spedito lettere alle due direttrici delle Poste che in quel periodo si erano succedute, ma di non aver mai ricevuto risposta. “So comunque che la collega è stata sospesa 5 o 6 giorni”, ha detto il postino.

E’ poi stato sentito un collega di lavoro dei due che però si ricordava ben poco, tranne il fatto che “alle mani non ho mai visto arrivare”.

Nel processo, l’imputata è difesa dall’avvocato Massimiliano Cortellazzi. “Non è configurabile il reato di stalking”, ha detto il legale della difesa, “la mia cliente è stata provocata. Si è trattato di normali battibecchi che ci sono sul posto di lavoro”. La difesa, inoltre, nega che la donna avrebbe sferrato un pugno al collega. “C’è da considerare la differenza di stazza tra i due – lui è un marcantonio alto 1,80 – e il fatto che lui in realtà indossasse il casco e un paio di grossi occhiali da sole”.

Si torna in aula il prossimo 9 novembre con quattro testi della parte civile: due dipendenti e le due direttrici dell’ufficio di via San Bernardo.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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