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Tamoil, l'appello. Parola alle
parti civili: 'Gli imputati
sapevano dell'inquinamento'

Parola alle parti civili a Brescia nel processo d’appello della raffineria Tamoil per i cinque manager accusati di avvelenamento delle acque. Il 13 maggio sarà la volta delle difese, mentre il 27 maggio le repliche. In questa data potrebbe anche arrivare la sentenza.
Nella foto, da sinistra, gli avvocati di parte civile Cannavò, Beretta, Romanelli, Gennari, Tampelli, Castelli e Lattari

Parola alle parti civili, oggi a Brescia nel processo d’appello della raffineria Tamoil per i cinque manager accusati di avvelenamento delle acque. In primo grado, per tutte le parti civili era stata riconosciuta una provvisionale immediatamente esecutiva: 10mila euro per i singoli soci delle canottieri (8mila per i nuclei familiari), 40mila euro per Legambiente e 50mila euro per il Dopolavoro ferroviario. A chiedere i danni c’è anche il Comune di Cremona, rappresentato dai legali Giuseppe Rossodivita e Alessio Romanelli. Davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Enrico Fischetti e composta dal giudice relatore Massimo Vacchiano e da sei giudici popolari, tutte donne, Il Comune ha preso il posto del cittadino Gino Ruggeri, responsabile dell’associazione radicale Piergiorgio Welby, che in primo grado, costituendosi in sostituzione dell’amministrazione, aveva portato a casa un risarcimento di un milione di euro a titolo di provvisionale.

Nella scorsa udienza, la prima, il procuratore generale di Brescia Manuela Fasolato, al termine di sette ore di requisitoria, aveva chiesto pene pesanti (il processo si celebra con il rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena): otto anni e quattro mesi per Enrico Gilberti, sette anni e quattro mesi per Giuliano Guerrino Billi, sette anni e due mesi per Pierluigi Colombo, sette anni e due mesi per Mohamed Saleh Abulaiha e sette anni e un mese per Ness Yammine.

Oggi a cominciare la discussione delle parti civili è stato l’avvocato Marcello Lattari, che con la collega Annalisa Beretta assiste il Dopolavoro ferroviario (1.800 soci effettivi). Per un’ora il legale ha parlato della presenza della contaminazione nell’area della società, “presenza confermata anche dai numerosissimi campionamenti effettuati sia dall’Arpa che dalla stessa Tamoil”. “Nelle analisi”, ha detto Lattari, “risultano decine di campionamenti con presenza di idrocarburi, benzene, e addirittura di Mtbe, l’additivo usato per la benzina verde”. Il legale, che si è associato con la procura generale nella contestazione del reato di avvelenamento delle acque, ha ribadito i danni che la Tamoil, con la contaminazione da idrocarburi, ha causato alla società canottieri, chiedendo alla corte la conferma delle condanne civili in favore del Dopolavoro ferroviario.E’ stata poi la volta dell’avvocato Gian Pietro Gennari, che rappresenta 15 soci della canottieri Bissolati. La sua è stata una lunga ricostruzione storica partita dal 1889, data di inizio dei mutamenti della parte di fiume e di territorio che interessa il processo, e quindi la zona delle canottieri e quella della raffineria. Tutto questo per stabilire attraverso i mutamenti che l’area ha subito e gli interventi ad opera dell’uomo, le conseguenze e le ragioni dell’inquinamento causato dalla raffineria. Durante il suo intervento, l’avvocato Gennari, che si è basato sulla consultazione di numerosi documenti, ha mostrato alle corte fotografie e slide. La parola è passata all’avvocato Claudio Tampelli per altri soci della Bissolati. Il legale ha parlato del pericolo e del disastro ambientale, rimarcato che “i ritardi nel procedimento in conseguenza di intervenute omissioni da parte di Tamoil hanno determinato l’impossibilita’ di arginare il fenomeno in tempi ristretti esponendo in tal modo a maggior rischio i frequentatori delle canottieri”. L’intervento dell’avvocato Vito Castelli (per tre soci della canottieri Flora e cinque della Bissolati) si è invece concentrato sul profilo tossicologico e sul danno, mentre l’avvocato Sergio Cannavòper Legambiente, ha trattato l’argomento dell’omessa bonifica. A chiudere gli interventi delle parti civili è stato l’avvocato Alessio Romanelli per il Comune, che ha sostenuto che dal 2011 in avanti, documenti alla mano, è stato accettato il rischio dell’evento. I manager, cioè, “sapevano e hanno scelto di avvelenare la verità, ma alla fine hanno finito per avvelenare l’acqua”.

Nelle 404 pagine di motivazione della Tamoil, il giudice Guido Salvini aveva dedicato ampio spazio alle parti civili. “Gli improvvisi accertamenti sulle condizioni delle acque e la loro probabile contaminazione in grado elevato hanno certamente ‘stravolto’ per alcune settimane la vita sociale dei circoli” e provocato “un’onda lunga che ha portato alla contrazione, anche solo per eccessiva prudenza, del numero delle iscrizioni, quantomeno sino al 2009”. Per il giudice, inoltre, “l’allarme e il turbamento psichico derivante dal pericolo per la salute, in relazione al ‘vissuto’ dei soci dei circoli, ha provocato una lesione del diritto dell’intera comunità a vivere tranquillamente nel proprio territorio, in particolare nei luoghi dedicati allo svago”. Inoltre “assume rilievo la lesione al diritto soggettivo all’immagine e all’identità storica e culturale della città, salita un gran numero di volte alle cronache non più come una città ‘ben conservata’, ma come una città, sulle sponde del fiume non lontane dal centro, seriamente ‘inquinata’”.

Il 13 maggio sarà la volta delle difese, mentre il 27 maggio ci saranno le repliche. In questa data potrebbe anche arrivare la sentenza.

Sara Pizzorni

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