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Appello Tamoil, le difese
'Contaminazione datata,
errori nella prima sentenza'

Terza udienza a Brescia del processo d’appello della raffineria Tamoil per i cinque manager accusati di avvelenamento delle acque. La parola è andata ai difensori degli imputati. La sentenza sarà pronunciata il 14 giugno.
Gli avvocati dei manager Tamoil

Terza udienza a Brescia del processo d’appello della raffineria Tamoil per i cinque manager accusati di avvelenamento delle acque. Davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Enrico Fischetti e composta dal giudice relatore Massimo Vacchiano e da sei giudici popolari, hanno preso la parola i difensori degli imputati, per i quali il procuratore generale Manuela Fasolato ha chiesto pene pesanti (il processo si celebra con il rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena): otto anni e quattro mesi per Enrico Gilberti, sette anni e quattro mesi per Giuliano Guerrino Billi, sette anni e due mesi per Pierluigi Colombo, sette anni e due mesi per Mohamed Saleh Abulaiha e sette anni e un mese per Ness Yammine.

Gilberti, Billi e Colombo sono assistiti dall’avvocato Carlo Melzi d’Eril (con il collega Riccardo Villata nella difesa di Gilberti), Saleh Abulaiha dall’avvocato Simone Lonati e Yammine dall’avvocato Giacomo Lunghini.

Per quattro ore le difese di Gilberti, Billi e Colombo si sono concentrate principalmente su tre argomenti: le fonti della contaminazione (fogne, serbatoi e pozzi), la datazione della contaminazione e lo stato della contaminazione dal 2001 al 2007, più, secondo i legali, gli errori individuati nella sentenza di condanna emessa in primo grado dal giudice Guido Salvini. Questi tre argomenti, per la difesa, sono essenziali, in quanto dimostrano che non c’è prova che quelle che il giudice di primo grado ha individuato come fonti della contaminazione siano state effettivamente e concretamente determinanti nella dimensione attuale e anche nel tempo in cui viene contestato il reato, dal 2001 al 2007. La datazione della contaminazione, per gli avvocati dei manager, conferma che la contaminazione non si riesce a targare, che esistono molti indici che fanno capire che si tratta di una contaminazione datata, forse anche antecedente al 2001. La difesa sostiene che lo stato della contaminazione dal 2001 al 2007 non si sia modificato e che non sia neppure peggiorato. Due, secondo i legali, gli errori della sentenza del giudice Salvini. Un primo è quello di aver considerato il fenomeno nel suo complesso, riconducendolo ad una società e non ai fatti e alle responsabilità dei singoli imputati, mentre un secondo è la ‘fuga dall’argomento scientifico’, o ‘selezione irrazionale degli argomenti scientifici’ in un procedimento complicato e denso di questioni tecniche.
Il professor Riccardo Villata, da parte sua, ha ricostruito il procedimento amministrativo, spiegando come la società abbia compiuto tutto quello che le regole del procedimento amministrativo impongono di fare. Tamoil, per la difesa, ha fatto tutto ciò che doveva fare.

L’avvocato Simone Lonati, che assiste Mohamed Saleh Abulaiha, ha cercato di dimostrare come in realtà non vi sia alcun elemento per poter ricondurre la vicenda all’interno della fattispecie di disastro, e soprattutto di avvelenamento. Dal punto di vista dell’elemento soggettivo, il legale ha ripercorso tutta la vicenda, provando a dimostrare che la società ha fatto tutto quello che poteva e doveva fare in una vicenda così complessa che deve essere inserita anche nell’ambito di un procedimento amministrativo.

Il procedimento d’appello è alle ultime battute. Il prossimo 27 maggio chiuderanno le difese con le singole posizioni degli imputati e con l’intervento dell’avvocato Giacomo Lunghini per il manager Ness Yammine.

La sentenza sarà pronunciata il 14 giugno.

Sara Pizzorni

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