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Morto per amianto: la Corte
d'Appello si riserva, la famiglia
'Confidiamo nella giustizia'

I giudici della corte d’appello di Brescia si sono riservati di decidere in merito al ricorso presentato dai famigliari di Ottorino Cervi, l’operaio morto nel 2004 che sarebbe stato esposto per anni al rischio amianto. Ieri, mercoledì 28 novembre, si sono tirate le somme della causa civile con le conclusioni degli avvocati Marco Gamba per la famiglia ed Enrico Cistriani per il Comune, al quale i familiari chiedono 900 mila euro di danni morali e biologici. In primo grado, tre anni fa, il giudice di Cremona Alessandra Medea Marucchi aveva rigettato le richieste di risarcimento. “I familiari”, hanno voluto precisare i parenti di Cervi, “sono fiduciosi nel buon esito della causa intentata al Comune di Cremona”. A difendere i loro interessi, oltre all’avvocato Gamba, c’è anche l’avvocato Ezio Bonanni, che è anche presidente dell’Osservatorio nazionale sull’amianto (Ona). Lo stesso Bonanni, il giorno prima dell’udienza a Brescia, ha tenuto presso il tribunale di Milano la conferenza ‘Come difendersi dall’amianto: responsabilità civili, penali e profili previdenziali’.

La vicenda discussa a Brescia è quella che ha visto in causa le due figlie di Cervi e l’amministrazione, responsabile, secondo i familiari, del decesso dell’operaio della Centrale del latte, società partecipata in capo al Comune di Cremona, chiusa negli anni 80. Per i familiari, la causa della morte del caldaista dell’ex Centrale del latte di Cremona, che aveva lavorato nella società dal 1947 al 1981, era da ricercarsi nell’amianto.

L’operaio sarebbe stato esposto per anni a rischi gravissimi. Una volta in pensione, Cervi si era ammalato, una malattia veloce e repentina che lo aveva portato alla morte. Nel suo lavoro, hanno sempre sostenuto i familiari, respirava fibre di amianto, sostanza micidiale che provoca malattie che non perdonano. Ogni 5 o 6 mesi doveva sostituire una lastra di amianto a chiusura della bocca della caldaia. Andava ad acquistare la lastra in ferramenta, poi la doveva sagomare, tagliandola con un flessibile. Da lì si sarebbero liberate le fibre di amianto che Cervi ha respirato per quasi 40 anni e che gli avrebbero provocato il classico tumore polmonare da amianto.

Anche l’Inail aveva riconosciuto la malattia professionale, ma nella sentenza il giudice parlava di “insufficienza di prove di una esposizione significativa e massiccia del signor Cervi all’amianto nel corso degli anni lavorativi”, tanto che il medico del lavoro “giungeva alla conclusione che lo stesso fosse stato esposto a inalazione certa, ma intermittente a piccole quantità di polveri e fibre di amianto”. Manca, dunque, la prova che “vi sia stata effettivamente un’inalazione di fibre superiore a quella inalata dalla popolazione generale”. “Se, dunque, da un lato”, per il giudice di primo grado, “certa è stata l’esposizione ad amianto sul luogo di lavoro, dall’altro un’esposizione sì ridotta (per alcuni minuti all’anno, secondo le emergenze processuali) consente di ritenere certamente possibile (in assegna di soglia minima di rischio), ma non probabile, che la malattia si sia sviluppata a causa di tale esposizione, e non invece per l’esposizione ambientale, tenuto conto del contesto di quegli anni e del posizionamento dell’abitazione del signor Cervi”, che abitava tra la stazione, la caserma Col di Lana e l’ex stabilimento Armaguerra, tutte zone bonificate dall’amianto tra il 2009 e il 2010.

Sara Pizzorni

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