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Morto per amianto, Comune 'assolto' Manca la prova

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Il Comune non è responsabile della morte di Ottorino Cervi, l’operaio della Centrale del latte, società partecipata in capo al Comune di Cremona, chiusa negli anni 80, morto nel 2004 a causa di una malattia professionale provocata dall’esposizione all’amianto. Lo ha deciso il giudice Alessandra Medea Marucchi, che al termine della causa civile ha rigettato tutte le domande di risarcimento delle figlie di Cervi,  Oriana e Laura, che al Comune avevano chiesto un risarcimento di 900 mila euro di danni morali e biologici.

Per i familiari, infatti, la causa della morte del caldaista dell’ex Centrale del latte di Cremona, che aveva lavorato nella società dal 1947 al 1981, era da ricercarsi nell’amianto. L’operaio, secondo la famiglia, sarebbe stato esposto per anni a rischi gravissimi. Una volta in pensione, Cervi si era ammalato, una malattia veloce e repentina che lo aveva portato alla morte. Nel suo lavoro, hanno sempre sostenuto i familiari, respirava fibre di amianto, sostanza micidiale che provoca malattie che non perdonano. Ogni 5 o 6 mesi doveva sostituire una lastra di amianto a chiusura della bocca della caldaia. Andava ad acquistare la lastra in ferramenta, poi la doveva sagomare, tagliandola con un flessibile. Da lì si sarebbero liberate le fibre di amianto che Cervi ha respirato per quasi 40 anni e che gli avrebbero provocato il classico tumore polmonare da amianto.

Anche l’Inail aveva riconosciuto la malattia professionale, ma nella sentenza il giudice parla di “insufficienza di prove di una esposizione significativa e massiccia del signor Cervi all’amianto nel corso degli anni lavorativi”, tanto che il medico del lavoro “giungeva alla conclusione che lo stesso fosse stato esposto a inalazione certa, ma intermittente a piccole quantità di polveri e fibre di amianto”. Manca, dunque, la prova che “vi sia stata effettivamente un’inalazione di fibre superiore a quella inalata dalla popolazione generale”. “Se, dunque, da un lato”, per il giudice, “certa è stata l’esposizione ad amianto sul luogo di lavoro, dall’altro un’esposizione sì ridotta (per alcuni minuti all’anno, secondo le emergenze processuali) consente di ritenere certamente possibile (in assegna di soglia minima di rischio), ma non probabile, che la malattia si sia sviluppata a causa di tale esposizione, e non invece per l’esposizione ambientale, tenuto conto del contesto di quegli anni e del posizionamento dell’abitazione del signor Cervi”, che abitava tra la stazione, la caserma Col di Lana e l’ex stabilimento Armaguerra, tutte zone bonificate dall’amianto tra il 2009 e il 2010.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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