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Paoloni: 'Minacciato per debiti,
ma mai venduto partite. Con il
Minias mi tenevano in pugno'

Nella foto, da sinistra Paoloni e gli avvocati Luca Curatti e Massimiliano Corbari

“Sono stato minacciato di morte perché dicevano che avevo dei debiti, ma non mi sono mai venduto una partita”. Lo ha giurato in aula davanti ai giudici Maria Stella Leone, Giulia Masci ed Elisa Mombelli, Marco Paoloni, ex portiere di Cremonese e Benevento coinvolto nel maxi procedimento sul calcio scommesse e per il quale oggi le due pm Ilaria Prette e Milda Milli hanno chiesto la condanna (vedi articolo). Prima della requisitoria dell’accusa, Paoloni è stato sentito dal collegio non in qualità di imputato, esame al quale sia il suo difensore Luca Curatti che le due pm hanno rinunciato, acquisendo l’interrogatorio agli atti, ma in veste di vittima. Paoloni, infatti, avrebbe subito un tentativo di estorsione da parte dell’ex calciatore Antonio Bellavista. Per l’accusa, quest’ultimo, dopo il fallimento di scommesse, avrebbe minacciato Paoloni, pretendendo la restituzione dei soldi giocati.

Oggi Paoloni ha puntato il dito su Bellavista, ma anche sul dentista di Sirolo Marco Pirani, su Massimo Erodiani, di Pescara, titolare di agenzie di scommesse, e sul commercialista bolognese Francesco Giannone. Quest’ultimo, testimone la scorsa udienza, aveva riferito di aver assistito ad una telefonata minacciosa nella quale Bellavista aveva rinfacciato a Paoloni di aver promesso un risultato che non si era verificato, facendogli perdere i soldi che aveva anticipato.

“La prima minaccia”, ha ricordato Paoloni in aula, “è stata nel gennaio del 2011 a casa mia, dove si erano presentati Erodiani e Pirani. A loro dire dovevo restituire dei soldi”. Paoloni ha raccontato di aver conosciuto Erodiani, diventato poi il suo bookmaker, tramite Pirani, che aveva conosciuto ad Ascoli quando era portiere. “Pirani voleva comprare la partita Ascoli-Albinoleffe”, ha detto Paoloni, “ma io gli ho detto di no. Ricordo che aveva una valigetta con 250.000 euro. Lui sapeva della mia dipendenza dalle scommesse, ma io non giocavo per i soldi. La mia era una malattia per cui ho fatto anche un percorso riabilitativo. Erodiani e Pirani mi hanno detto che dovevo iniziare a vendere delle partite, ma io non ero d’accordo. Quella di millantare era solo una strategia da parte mia, ma non mi sono mai venduto una partita”.

“Mi hanno minacciato dicendomi che mi avrebbero denunciato perché facevo le scommesse”, ha continuato a raccontare Paoloni. “Dicevano che avevo dei debiti con loro e che se non potevo pagare dovevo vendere le partite”. In aula, l’ex portiere ha sostenuto di essere stato minacciato da Pirani ed Erodiani anche in merito al Minias, il farmaco che secondo l’accusa avrebbe utilizzato per drogare i suoi compagni ed alterare il risultato di Cremonese-Paganese del 14 novembre del 2010. “Mi hanno sventolato in faccia la ricetta del Minias dicendo che avrebbero dato la colpa a me. Con quella ricetta mi volevano tenere in pugno”.

L’ex di Cremonese e Benevento ha anche ricordato la telefonata di Giannone, del gruppo di Bologna di cui faceva parte anche Bellavista, nella quale lui e la sua famiglia sarebbero stati minacciati di morte, e poi l’episodio della pistola, accaduto all’interno della sua abitazione. “E’ venuta a casa mia una persona che mi ha chiesto 300.000 euro per conto di Bellavista. Ha spostato la giacca, facendomi vedere che aveva un’arma. Era un mandante di Bellavista”. Queste minacce, per Paoloni, sarebbero andate avanti fino al giorno del suo arresto, avvenuto il primo giugno del 2011.

Sara Pizzorni

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