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Una vita da film: Ugo Dadone,
giornalista/spia che attraversò
la storia del Novecento

di Marco Bragazzi

Negli archivi dei Servizi segreti americani compare una voce che lo identifica come “entrato realmente nel mondo del giornalismo nel 1914 quando a Cremona comincia a collaborare con Roberto Farinacci sui giornali interventisti”. Ugo Dadone era nato ad Agropoli il 3 giugno 1886, dopo gli studi a Napoli si sposa con una cittadina cecoslovacca (ai tempi ancora area austroungarica) nel 1911 ma la sua professione, così come la carriera, partiranno da Cremona, luogo dove Dadone ebbe modo di cominciare a comporre il mosaico di una vita a metà strada tra l’incredibile ed un quasi impensabile mondo di spie e operazioni speciali. Il suo talento è quasi unico, parla con estrema disinvoltura il francese, il russo, l’arabo, l’inglese, il ceco, il tedesco e lo spagnolo, talento che non passa inosservato e che darà inizio a quel romanzo che viene raccontato nel fascicolo dei servizi segreti americani ma non solo.

Da Cremona parte come ufficiale per la Prima Guerra Mondiale dove viene ferito in battaglia ma, il 18 novembre 1918, al comando della “sua” legione italo-cecoslovacca, è il primo ufficiale ad entrare a Praga per “mettere il sigillo” sulla futura dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico. Una volta tornato in città Farinacci lo presenta a Benito Mussolini ma, per gli statunitensi, la visione della rivoluzione socialista di Dadone lo porterà spesso in contrasto con Mussolini il quale però, visto il suo lavoro eccellente come giornalista, ne avrà comunque sempre grande rispetto. La capacità innata di Dadone non è nella pura e semplice scrittura di agenzie stampa, attività che lascia a “coloro che vogliono una vita comoda”, ma nell’organizzare reti clandestine e nel sviluppare rapporti e relazioni con chiunque possa diventare oggetto di interesse verso l’Italia.

NELL’EUROPA DELL’EST – Nel 1920 entra come addetto stampa in una missione culturale italiana nei paesi legati alla futura “fascia di influenza sovietica” e, in Cecoslovacchia, riesce a fare amicizia con il coetaneo e futuro ministro degli Esteri cecoslovacco Jan Misaryk. L’ingresso in Russia è vietato agli stranieri e così Dadone, grazie alla sua “faccia tosta” si inventa la formazione di una delegazione commerciale ceco-italiana e passando da Tallin arriva a San Pietroburgo. A San Pietroburgo osserva e analizza gli sviluppi della rivoluzione d’ottobre del 1917, prende contatti con elementi dell’esercito e della diplomazia, gira liberamente in città fino a quando, insospettiti da questo giornalista poco dedito al commercio ma più votato a stringere amicizie, i vertici del partito, con Lenin in testa, non decidono di “francobollarlo” e farlo seguire con varie squadre della tristemente famosa NKVD, la spaventosa e temutissima polizia segreta della neonata Russia. Di solito quando l’NKVD ti prendeva di mira le possibilità di sopravvivenza erano paragonabili a quelle di un incontro con un branco di leoni di affamati ma, nel caso di Dadone, dopo l’arresto e il trasferimento alla tristemente nota prigione della Lubjanka di Mosca, il giornalista verrà semplicemente espulso dal paese per far ritorno a Cremona.

L’inizio della carriera di Dadone nel mondo della propaganda, o meglio, dello spionaggio, è già partito e porterà l’allora residente all’ombra del Torrazzo in giro per il mondo in una delle più pazzesche, fino a rasentare l’assurdità, esistenze che si possano immaginare. A metà degli anni ’20 Dadone si trasferisce a Roma per collaborare con il Popolo d’Italia, il giornale fondato da Mussolini e, anche se legato alla propaganda, viene spedito in varie missioni consolari nei paesi del futuro blocco sovietico, dove svilupperà una serie di conoscenze soprattutto nell’ottica antisovietica e dove verrà a contatto con il futuro ministro russo Antonov Ovsienko, soprannominato “Baionetta” e considerato tra le persone più pericolose dell’Urss insieme all’astro nascente Lavrentij Pavlovic Berija. Ovsienko verrà fatto fucilare da Stalin nel febbraio 1938 durante le “grandi purghe” che attraverseranno l’Urss, stessa sorte per Berija che ne prese formalmente il posto nel 1938 e che incontrerà il plotone d’esecuzione ordinato sempre da Stalin 15 anni più tardi.

NEL CONTINENTE AMERICANO – Le capacità linguistiche di Dadone lo portano in Sud e Nord America all’inizio degli anni ’30 dove, sviluppando i contatti con i numerosi migranti italiani presenti, riuscirà a creare un tessuto di rapporti tra il mondo dell’economia e delle relazioni sociali legate al ministero della Propaganda. Il lavoro di Dadone piaceva agli statunitensi che lo vedevano come “preparato e motivato e non alla ricerca di medaglie o onorificenze”, per gli americani Dadone è un talento enorme, schiacciato però dalla disorganizzazione e dalla cronica mancanza di mezzi e denaro del ministero, mancanze che segneranno tutta la vita del giornalista. Basti pensare che i servizi segreti americani raccontano di un suo incredibile accordo commerciale con l’Argentina nel 1932 riuscito dove molti altri paesi del mondo avevano fallito, accordo fatto saltare dal Governo per la mancanza delle risorse economiche necessarie a farlo continuare.

NEI PAESI ARABI – Dopo l’esperienza americana Ugo Dadone diventa parte integrante nella propaganda e nello sviluppo dei rapporti con i paesi arabi. Nel 1933, al termine della guerra in Cirenaica, imposterà una delle migliori missioni volte ad impedire o rallentare l’ascesa dell’egemonia britannica in Nord Africa. Posto come direttore del “Giornale d’Oriente” prima e della ministeriale Agenzia d’Egitto e d’Oriente poco dopo Dadone ha il compito di sobillare le popolazioni locali contro la presenza britannica. Stringe accordi nelle redazioni locali e nelle università con giornalisti arabi per ottenere linee editoriali in opposizione alla presenza britannica, sviluppa un sistema di perlustrazione nelle aree più remote per trovare tra i locali informatori sui movimenti e sulle offerte dei cittadini inglesi alle varie tribù, è molto attivo nella campagna di informazione propagandistica in tutta l’area del basso Mediterraneo tanto che dirigerà anche Radio Bari, l’emittente ministeriale studiata per far passare nell’etere africano notizie anche dettate in arabo che fomentino rabbia contro il Commonwealth. La sua attività lo porterà a descrivere tramite articoli o messaggi criptati verso Roma il possibile sviluppo dell’influenza dell’Italia nelle vaste e remote africane, per far questo riuscì a sfruttare anche la descrizione dell’epopea dell’esploratore ungherese László Almásy, la cui vita diede origine al pluripremiato film “Il paziente inglese”. I suoi reportage sui viaggi dell’ungherese nascondevano informazioni cruciali nella stabilizzazione dei rapporti diplomatici tra i vari paesi, dando vita ad un romanzo di relazioni politiche all’interno della vita del famoso esploratore.

Gli inglesi sono preoccupati per l’incredibile capacità d’azione di questo italiano che segue esploratori di varie nazionalità in Nord Africa per sviluppare relazioni, relazioni che nella testa di Dadone prima o poi diventeranno utili secondo il ragionamento tipico dei grandi esperti di spionaggio. Nel 1934 viene aggregato alla 1^ Compagnia Autosahariana, formata da un manipolo di uomini dell’esercito con qualche specialista per penetrare nelle aree più remote della Libia e “strappare” agli inglesi aree di influenza tra la Libia e il Ciad. L’idea di una piccola unità militare preparata e motivata rafforzata con qualche esperto dell’Intelligence che penetri dietro le linee nemiche per fare più danni possibili, anche solo in termini di propaganda, era stata sviluppata in Africa in maniera più organica dalle azioni sul fronte italiano dagli Arditi della Prima Guerra Mondiale.

TRA DUE GUERRE MONDIALI – Gli inglesi faranno tesoro dell’eccellente lavoro di Dadone e dei suoi commilitoni e, per sviluppare questo tipo operazioni, formeranno nel 1941 con David Stirling, i rinomati SAS, l’elite delle forze militari britanniche che imperverseranno nel Sahara per mesi. Il Cairo diventa la base operativa di Dadone, seppur sempre seguito dai servizi segreti della Marina britannica il giornalista riuscirà comunque a cavarsela nel mondo sempre più pericoloso dello spionaggio, sviluppando rapporti che rasentavano l’incredibile agli occhi dei britannici. Il suo eccellente lavoro in Nord Africa si scontrerà ben presto con l’invidia di alcuni gerarchi del Regime, come Pavolini e Buffarini Guidi. Come in Argentina alcuni gerarchi decidono di abbandonarlo e il 5 giugno 1940, a tre giorni dall’entrata in guerra dell’Italia contro l’Inghilterra, un giovane collaboratore di un giornale arabo nipote di un giudice lo avverte che, appena dichiarata guerra, gli inglesi avrebbero proceduto al suo immediato arresto e al giudizio di una corte marziale con la certezza di una pena durissima, verosimilmente la condanna a morte per spionaggio. Dadone non si perde d’animo, i contatti sviluppati in decenni prendono forma e, con la scusa di una visita per il Regio Istituto Geografico Italiano, la sera stessa abbandona tutti gli oggetti personali tranne che i suoi appunti nel suo appartamento e si infila su un aereo con destinazione Italia.

Qui dovrà affrontare ancora quei gerarchi che lo avevano abbandonato e che adesso lo accusano di aver sposato una signora con origini ebraiche. Viene sollevato da ogni incarico senza il riconoscimento di alcun indennizzo anche quelli passati, nel 1941 viene mandato per quasi un anno in Russia, dove i gerarchi ben sapevano che, una volta catturato, non avrebbe avuto alcuna speranza di sopravvivenza neanche come scambio prigionieri visti gli episodi del 1920. Torna in Italia poco prima del collasso del fronte russo ma fino all’inizio del 1943 le sue competenze non vengono sfruttate, a gennaio dello stesso viene aggregato al SIM (i servizi segreti militari) e spedito in Tunisia dove rimane fino alla caduta nel maggio del 1943 dell’ultimo baluardo dell’Asse in Africa, Tunisi.

IL DECLINO TRA LE GELOSIE DEI GERARCHI – Dadone aveva capito che i pericoli maggiori per lui non erano quelli dei proiettili americani, ma la volatilità e l’invidia delle gerarchie italiane, così come per il capitano delle SS Guido Zimmer, che aveva al suo servizio come cameriera la cremonese Rosa Cappelli, i problemi partivano da Berlino, non dalla linea del fronte. Trasferito dagli americani a dicembre dello stesso anno nel campo di prigionia segreto per “prigionieri particolari” a Mahadi Ugo Dadone venne interrogato dal maggiore Bailey il quale lo “tiene lontano” dagli inglesi che lo volevano processare. I servizi segreti americani si ricordavano di lui e delle sue enormi capacità per cui, invece di un cappio al collo, discutono con inglesi per sfruttare il suo talento in quelle zone (est Europa e basso Mediterraneo) dove si sarebbero combattute le future guerre. L’accordo informale viene accettato e il 19 gennaio 1944 Dadone viene trasferito nel classico campo di prigionia di Irwan, la strategia dei servizi americani è chiara, portare via all’Italia, anche alla fine della guerra, quei talenti che si erano rivelati tali in anni di spionaggio per sfruttare al massimo il tessuto di capacità e conoscenze in loro possesso.

Rientrato in Italia nel 1945 verrà sottoposto ad interrogatorio dagli americani negando di aver stretto accordi nel campo di prigioni di Mahadi (era una strategia degli statunitensi il controinterrogatorio per capire la fedeltà del prigioniero) e, dall’inizio del 1946, comincia la sua collaborazione per lo sviluppo della propaganda nei paesi arabi, azione di cui non si conoscono i particolari se non per una sua missiva del dicembre 1959 ad un amico in cui lamentava, ormai stanco e bisognoso di cure mediche, di essere stato lasciato solo dopo 13 anni di lavoro di eccelsa qualità. In pratica gli americani erano stati a casa sua per scaricarlo dai suoi incarichi.

Con questa breve lettera si concludeva la incredibile carriera di un giornalista partito da Cremona per attraversare letteralmente in mondo, inseguito da nemici che, come spesso accade nel mondo dello spionaggio, più avanti si riveleranno i “migliori” amici.

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