Cronaca
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Bimbo nato morto, ginecologa smentisce ostetrica: 'Quegli esami non li ho mai visti'

L’avvocato Munafò

“Quegli esami io non li ho visti, non mi sono mai stati portati. L’ostetrica che ha sostenuto di averli fatti vedere al medico di guardia ha detto per settimane che non si ricordava a chi li aveva mostrati”. Sono le dichiarazioni rese oggi in aula da Mariangela Rampino, ginecologa dell’ospedale Maggiore finita a processo per omicidio colposo. Per l’accusa, l’imputata, il 28 giugno del 2017, nel suo ruolo di medico di guardia presso il reparto di Ginecologia e Ostetricia, avrebbe omesso di visitare Jessica Peluso, una 36enne cremonese alla quarantesima settimana di gravidanza, arrivata in reparto lamentando malesseri e producendo analisi delle urine dalle quali risultava una lieve proteinuria. Il medico avrebbe omesso totalmente la valutazione dei dati clinici e il necessario approfondimento diagnostico, causando la morte intrauterina del feto, verificatasi tra il 6 e il 7 luglio successivo.

Ma la Rampino, che oggi si è difesa, ha detto di non aver mai visitato la paziente, al contrario di quanto dichiarato a suo tempo in aula da Silvia Bussini, l’ostetrica alla quale la 36enne cremonese aveva consegnato gli esami da mostrare alla dottoressa. La Rampino ha ricordato una riunione che si era tenuta presso la direzione medica dopo la morte del feto alla quale, oltre a lei e all’ostetrica, erano stati convocati tutti i medici in servizio quel 28 di giugno proprio perché l’ostetrica non si ricordava a chi li aveva fatti vedere. “Sempre, quando mi vengono sottoposti degli esami”, ha aggiunto la ginecologa, “li vidimo sempre, li siglo. La carta dell’esame della signora Peluso mostrata durante la riunione non portava alcuna firma”. L’imputata ha sostenuto che la paziente, come da prassi, avrebbe dovuto passare dal pronto soccorso generale, e non presentarsi direttamente in reparto. “Se fosse andata al pronto soccorso”, ha spiegato l’imputata, “sarebbe stata prima valutata dal medico del pronto soccorso, perché non aveva un problema ostetrico”. “Io comunque non ho mai visto i suoi esami”, ha ribadito la Rampino, “ma se l’avessi fatto avrei chiesto la scheda della pressione. La pressione andava monitorata”.

Dunque di fatto l’imputata ha smentito quanto sostenuto in aula dall’ostetrica Silvia Bussini, a cui Jessica aveva dato in mano i suoi esami. “Con la dottoressa abbiamo guardato insieme gli esami e non c’era nulla di preoccupante”, aveva raccontato la Bussini in udienza. “Così sono tornata dalla paziente e le ho detto di stare tranquilla, di andare a casa e di stare al fresco, perchè faceva molto caldo, tanto che l’ho fatta accomodare dove ci sono le mamme in monitoraggio e dove si stava meglio. Le ho anche provato la pressione: era 100 su 60, bassa ma giusta, dopodichè l’ho accompagnata fuori”. La Bussini aveva spiegato che era già capitato che qualcuno salisse direttamente in reparto senza passare dal pronto soccorso, ma dopo questa vicenda non è più successo. “Jessica era sudata ed era in avanzato stato di gravidanza, le gambe erano lievemente gonfie, faceva caldo, ma non mi è sembrata prostrata”, aveva ricordato la testimone, “non c’era una condizione di urgenza. L’ho mandata a casa dicendole di tornare il 9 luglio, e di andare al pronto soccorso nel caso non si fosse sentita ancora bene. Quando poi ho saputo cosa era successo, sono rimasta destabilizzata”.

La paziente, già mamma di tre bambini, aveva scoperto proprio il 9 luglio, quando si era presentata per il parto programmato, che il suo piccolo Manuel era morto.

Per i consulenti del pm, “il decesso del feto è sopraggiunto per asfissia acuta da distacco intempestivo della placenta” e “non c’è nesso causale tra le cure prestate e la morte”. Secondo gli esperti Andrea Verzeletti, medico legale, e Michele Costa, ginecologo, entrambi in servizio presso l’Istituto di medicina legale di Brescia, “non c’era alcuna possibilità di poter sostenere che una gestione diversa avrebbe potuto modificare la prognosi”. I due consulenti avevano comunque definito “deficitarie” le cure prestate sotto l’aspetto della valutazione del dato della proteinuria, che era di 30 milligrammi, “un limite comunque inferiore”, sostenendo che la paziente avrebbe potuto essere ricoverata o comunque monitorata con controlli sulla pressione. In ogni caso “non si vedono elementi di censura importanti”. Nell’autopsia sul feto, effettuata il 20 luglio, era stato riscontrato un ematoma retroplacentare, segni di infezione e una iper spiralizzazione del cordone ombelicale, quando cioè il cordone ombelicale si avvolge su se stesso. La morte era sopraggiunta tra le 48 e le 72 ore prima del parto, e cioè tra il 6 e il 7 luglio. Per i consulenti, “la diagnosi di infezione è praticamente impossibile da riscontrare durante la gravidanza”.

Oggi si sono aggiunte le testimonianze dei consulenti di parte civile e della difesa. Secondo Stefano Buzzi, medico legale per la parte civile, quel valore della proteinuria di 30 milligrammi avrebbe dovuto essere approfondito, mentre per Matteo Ballarini, medico legale, e Silvano Agosti, specialista in Ostetricia e Ginecologia, era nei ranghi della normalità.

La 36enne si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Stefania Bravi, del foro di Piacenza, mentre la Rampino è difesa dall’avvocato Diego Munafò, del foro di Milano.

La sentenza sarà pronunciata il prossimo 22 maggio.

Sara Pizzorni

Jessica Peluso (a sinistra) con l’avvocato Stefania Bravi

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