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Bimbo nato morto,
i consulenti del pm
'scagionano' la ginecologa

L’avvocato Munafò

“Il decesso è sopraggiunto per asfissia acuta da distacco intempestivo della placenta” e “non c’è nesso causale tra le cure prestate e la morte del feto”. Questo quanto riscontrato dai consulenti del pm sentiti oggi nel processo a carico di Mariangela Rampino, ginecologa dell’ospedale Maggiore accusata di omicidio colposo. Per l’accusa, l’imputata, il 28 giugno del 2017, nel suo ruolo di medico di guardia presso il reparto di Ginecologia e Ostetricia, avrebbe omesso di visitare Jessica Peluso, una 36enne cremonese alla quarantesima settimana di gravidanza, arrivata in reparto lamentando malesseri e producendo analisi delle urine dalle quali risultava una lieve proteinuria. Il medico avrebbe omesso totalmente la valutazione dei dati clinici e il necessario approfondimento diagnostico, causando la morte intrauterina del feto, verificatasi tra il 6 e il 7 luglio successivo. La paziente, già mamma di tre bambini, aveva scoperto che il suo piccolo Manuel era morto il 9 luglio, quando si era presentata in ospedale per il parto programmato. La 36enne si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Stefania Bravi, del foro di Piacenza, mentre la Rampino è difesa dall’avvocato Diego Munafò, del foro di Milano.

Secondo i consulenti del pm, Andrea Verzeletti, medico legale, e Michele Costa, ginecologo, entrambi in servizio presso l’Istituto di medicina legale di Brescia, “non c’era alcuna possibilità di poter sostenere che una gestione diversa avrebbe potuto modificare la prognosi”. I due esperti hanno comunque definito “deficitarie” le cure prestate sotto l’aspetto della valutazione del dato della proteinuria, che era di 30 milligrammi, “un limite comunque inferiore”, sostenendo che la paziente avrebbe potuto essere ricoverata o comunque monitorata con controlli sulla pressione. In ogni caso “non si vedono elementi di censura importanti”. Nell’autopsia sul feto, effettuata il 20 luglio, era stato riscontrato un ematoma retroplacentare, segni di infezione e una iper spiralizzazione del cordone ombelicale, quando cioè il cordone ombelicale si avvolge su se stesso. La morte era sopraggiunta tra le 48 e le 72 ore prima del parto, e cioè tra il 6 e il 7 luglio. Per i consulenti, “la diagnosi di infezione è praticamente impossibile da riscontrare durante la gravidanza”.

Secondo la difesa dell’imputata, il 28 giugno, quando la paziente si era presentata in reparto, non esistevano i presupposti per un ricovero. “La signora”, ha sempre sostenuto l’avvocato Munafò, “non aveva né perdite, né dolori”. Il 28 giugno, a ricevere la mamma, era stata Sivia Bussini, l’ostetrica alla quale la donna aveva consegnato i suoi esami da mostrare alla dottoressa. La Bussini aveva testimoniato nel corso della precedente udienza: “Quel 28 di giugno me la sono trovata davanti in sedia a rotelle”, aveva ricordato. “Le ho chiesto cosa fosse successo e lei mi ha dato in mano i suoi esami. Io le ho chiesto se era stata al pronto soccorso, ma lei ha scosso la testa. A quel punto ho deciso di prendere i suoi esami e di farli vedere alla ginecologa di guardia. La dottoressa, però, era occupata, e quindi ho lasciato le carte nel suo ufficio per raggiungere le altre pazienti che avevo sotto monitoraggio. Poi sono tornata e alla dottoressa ho spiegato che Jessica non era stata in pronto soccorso. Abbiamo guardato insieme gli esami e non c’era nulla di preoccupante. Quando sono tornata da lei le ho detto di stare tranquilla, di andare a casa e di stare al fresco, perchè faceva molto caldo, tanto che l’ho fatta accomodare dove ci sono le mamme in monitoraggio e dove si stava meglio. Le ho anche provato la pressione: era 100 su 60, bassa ma giusta, dopodichè l’ho accompagnata fuori”. La Bussini aveva spiegato che era già capitato che qualcuno salisse direttamente in reparto senza passare dal pronto soccorso, ma dopo questa vicenda non è più successo. “Jessica era sudata ed era in avanzato stato di gravidanza, le gambe erano lievemente gonfie, faceva caldo, ma non mi è sembrata prostrata”, aveva ricordato la testimone, “non c’era una condizione di urgenza. L’ho mandata a casa dicendole di tornare il 9 luglio, e di andare al pronto soccorso nel caso non si fosse sentita ancora bene. Quando poi ho saputo cosa era successo, sono rimasta destabilizzata”.

La prossima udienza, fissata al 14 febbraio, oltre all’esame dell’imputata, saranno sentiti i consulenti della parte civile e della difesa e gli ultimi testimoni della parte civile.

Sara Pizzorni

Jessica Peluso (a sinistra) con l’avvocato Stefania Bravi

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