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Edilizia e legami con la
'ndrangheta: nel processo
Iannone parla il pentito

Nelle foto, alcuni degli arrestati nel 2015 durante l’operazione delle Questure di Cremona e Brescia con il coordinamento dalla procura di Cremona

Aveva già testimoniato nei maxi processi Aemilia e Pesci contro la mafia nel nord Italia. Oggi Salvatore Muto, diventato collaboratore di giustizia a ottobre del 2017, ha parlato al processo contro Giovanni Iannone e altri nove imputati coinvolti in attività illecite legate principalmente a truffa, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta e riciclaggio attraverso società edili e di movimento terra. L’operazione cremonese su edilizia, illeciti e legami con la ‘ndrangheta era culminata nell’aprile del 2015 e aveva portato all’arresto di dodici persone, tra cui il presunto capo dell’intero sodalizio, Giovanni Iannone, 60 anni, originario di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

Dal 2006, Salvatore Muto era stato il braccio destro di Francesco Lamanna, 59 anni, che con il grado di ‘padrino’ garantiva ‘l’assestamento della ‘ndrangheta al nord’, e in particolare a Cremona, Piacenza e Reggio Emilia. Lamanna, cutrese, residente a Cremona dal 1986, è già stato condannato a 20 anni complessivi di carcere nei riti abbreviati dei processi Aemilia e Pesci.

Oggi, Muto, sentito in videoconferenza di spalle dal carcere in cui è rinchiuso, ha detto che Giovanni Iannone aveva ricevuto il ‘battesimo’ per entrare nella ‘ndrangheta, e che era alle dipendenze di Lamanna, che Iannone conosceva dagli anni ’80. “Quando si fa parte della ‘ndrangheta’, ha sostenuto il pentito in una lunga deposizione, “si decide la morte o l’affiliazione di qualcuno. Una volta che si entra non si può più uscire, tranne in caso di grossi problemi di salute, per cui si viene messi a riposo”. A smentire le sue parole è stato lo stesso presunto boss Inannone, in aula difeso dall’avvocato Raffaella Parisi. Nelle sue dichiarazioni spontanee, l’imputato ha detto: “Non ho mai ricevuto il battesimo religioso, figuriamoci quello della ‘ndrangheta”, aggiungendo di conoscere Lamanna, ma solo perchè entrambi cutresi.

A processo insieme a Giovanni Iannone ci sono Antonio Del Ponte, Stefan Dragos Babei, Lorenzo Pisaroni, Oscar Bertini, Artjan Bylyku, Giuseppe Cardinale, Mattia Confortini, Walter Mair e Rosario Montelione. L’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, all’appropriazione indebita, al riciclaggio, al falso documentale, al trasferimento fraudolento di valori, ad atti estorsivi, a distrazione di beni, a dichiarazione fraudolenta con fatture per operazioni inesistenti.

Il quadro accusatorio ruota attorno all’appropriazione illegale di mezzi da lavoro noleggiati o in leasing attraverso società del settore (aperte o acquisite quando in difficoltà) e prestanome. I mezzi, i cui valori potevano arrivare a 100-200mila euro, finivano a ricettatori italiani e stranieri e prendevano in particolare le vie dell’Albania e della Libia. Ne sarebbero spariti a decine. Un’indagine complessa e lunga, fatta di intercettazioni telefoniche e ambientali, di pedinamenti e di appostamenti. Emersi anche metodi violenti nella gestione delle società, ad esempio nella riscossione di crediti. Secondo quanto ricostruito, le società venivano spolpate e utilizzate per propositi criminali prima di fallimenti pilotati. Nel corso dell’indagine è stato possibile ricondurre all’organizzazione, nel complesso, otto società, tutte operanti nel settore del movimento terra e attualmente dichiarate fallite. Le investigazioni hanno inoltre documentato rapporti tra il sodalizio di Cremona e alcuni personaggi legati alla ‘ndrangheta del Crotonese, tra cui Francesco Lamanna, ritenuto il referente nel Cremonese della cosca Grande Aracri di Cutro. Il sospetto è che una parte dei mezzi sottratti sia stata dirottata nel cutrese.

Per la sentenza dei dieci imputati si torna in aula il prossimo 19 maggio.  Già condannati, invece, Antonio Iannone, crotonese, il figlio di Giovanni, e Carlo Iannone, fratello di Giovanni. Antonio e Carlo erano già stati processati con il rito abbreviato e condannati, Antonio a due anni e sei mesi, e Carlo a sei mesi. Molti episodi erano caduti in prescrizione. Antonio era stato condannato per un episodio di bancarotta fraudolenta, mentre Carlo per una truffa.

Sara Pizzorni

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