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Principe: "Un Primo
Maggio del
lavoro negato"

Lettera scritta da Vittorio Principe, presidente Confcommercio Cremona

Caro direttore,

oggi è il 1° maggio del “lavoro negato”, dei diritti costituzionali bloccati dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. La “fase due” ha rimandato la ripartenza di una parte importantissima della nostra economia: quella legata al commercio, ai servizi, al turismo. Complessivamente sono oltre la metà delle attività del territorio, almeno secondo le statistiche della Camera di Commercio. Imprese che, per ogni giorno di chiusura, vedono diventare più incerto il loro futuro e quello dei dipendenti che vi operano. Di sicuro non bisogna lasciare inascoltato il loro appello e provare a conciliare le esigenze della salute (con il rispetto di tutte quelle norme che permetteranno di convivere con il virus) con quella dell’economia. Lo ribadiamo ancora una volta: la politica capisca che occorre fare presto, intervenire subito e con decisione perché domani potrebbe essere troppo tardi.

Come Confcommercio, al presidente Conte, abbiamo chiesto che, accanto al tavolo tecnico scientifico ne venga costituito uno economico (una revisione del tavolo di concertazione che c’era stato in passato). E deve essere un luogo di democrazia deliberativa a supporto del Governo. Non voglio ribadire, dopo averlo già fatto in moltissime occasioni, l’urgenza di intervenire sul tema del credito, del sostegno alle imprese, della semplificazione, dell’importanza di rimarcare il legame tra città e commercio di vicinato, del valore strategico del turismo. Voglio, in questa festa del lavoro, proprio perché festa nazionale allargare gli orizzonti. Mai come oggi il tema dell’impresa e del futuro sono legati e sono all’ordine del giorno, non solo per chi ha una partita Iva. Siamo consapevoli che quella che sta per iniziare sarà l’estate della verità. L’esito non è per nulla scontato. Anche perché, come un enorme mosaico messo sottosopra, l’emergenza si è ormai sviluppata su scala globale, presenta molteplici sfaccettature e coinvolge tutte le dimensioni della vita di ciascuno.

Ad essere colpite sono le parti più vitali e preziose del sistema Italia. Nelle proteste di questi giorni vedo il coraggio e la determinazione di un settore che non vuole arrendersi, che è pronto a fare sacrifici pur di riprendere il cammino, che non dimentica il contributo che può dare alla costruzione del “bene comune”. La stessa determinazione l’ho ritrovata sul finire della scorsa settimana quando, muovendomi nella città ho visto tante attività che (prima della “doccia fredda” del nuovo dpcm), si stavano preparando a una nuova apertura, auspicando sarebbe arrivata di lì a breve. Sono protagonisti silenziosi di una comunità a cui danno un contributo quotidiano e prezioso in termini di Pil e di occupazione. Non possono garantirli se, ancora una volta, sono lasciate da sole. Perché questo ulteriore blocco delle imprese rischia di far avvitare su se stessa l’intera economia, trascinandola nel baratro. Sia, questo primo maggio, l’occasione per fare un esame di coscienza collettiva ed essere consapevoli che, se non ci sarà la ripartenza, il rischio concreto è che (cito il Censis) muoia una partita Iva su cinque. E nel terziario i numeri sarebbero di gran lunga peggiori. Non possiamo permettercelo. Non lo dico solo come presidente di Confcommercio.

Proprio ieri leggevo un articolo di Aldo Cazzullo che mi ha profondamente colpito e che ho completamente condiviso. Il giornalista del Corriere ha scritto che “dietro il piccolo commercio c’è un mondo e ci sono famiglie”. In questi anni a Palazzo Vidoni ho avuto conferma che ci sono categorie diverse, nel terziario, ma hanno una cosa in comune. “Il loro lavoro – scrive ancora Cazzullo – ha molto a che fare con la nostra vita, [..] con la nostra socialità. I loro spazi sono luoghi di incontro. Scaldano le nostre anime. A maggior ragione in un Paese come l’Italia, dov’è una fortuna essere nati (anche) per il calore dei rapporti interpersonali”. Pensiamo, allora, al primo maggio come ad una festa importante per tutti gli italiani. Se rinunciamo a queste imprese saremo un po’ più poveri non solo dal punto di vista economico ma anche da quello umano. Avremmo perso una parte di noi stessi, della nostra cultura, della nostra stessa identità.

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