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La Didattica a Distanza
è finita. Lunga vita
alla didattica!

Lettera scritta da Mauro Pamiro, docente

La Didattica a Distanza è finita. Speriamo. Ad ogni modo, abbiamo imparato che, senza un coinvolgimento attivo dell’alunno, un insegnante può essere sostituito da YouTube e che, senza un rapporto di fiducia reciproca tra alunni e docenti, il nostro lavoro ricorda le inutili fatiche di Sisifo. Quanti sforzi per assicurarci che i ragazzi stessero effettivamente seguendo le videolezioni e che non barassero durante verifiche e interrogazioni! E che amarezza quando, certi della promozione, molti studenti si sono dati alla macchia!

Ma forse è un po’ colpa anche di noi insegnanti…Perché un’altra scuola è possibile, come ci dimostrano i finlandesi: una scuola che sia meno galera e più opportunità, che emozioni e coinvolga, che dia libertà d’azione e autonomia e in cui gli insegnanti non siano solo relatori e valutatori. I neuroscienziati sanno che il ruolo principale delle emozioni è fissare i ricordi nella mente. E allora, cari colleghi, sforziamoci per rendere le nostre lezioni emozionanti. Certo, è più facile parlare per un’ora, costringendo gli studenti a stare muti e immobili a suon di richiami e note. Ecco però la galera.

Ecco allora che la valutazione misura conformismo e sottomissione e gli studenti polemici e disturbatori vengono cazziati. Perché ciò che ci infastidisce di più è quella odiosa domanda: “Perché dobbiamo studiare questa cosa?”. Ma non vi pare doveroso spiegare agli studenti perché stiamo chiedendo loro un tale sforzo? Non vi sembra un’opportunità straordinaria poter ribadire l’importanza di ciò che insegniamo? Non vi sembra che questa domanda sia un sintomo di quel pensiero critico che vogliamo incoraggiare? Molti studenti fanno ciò che gli viene chiesto solo per accontentare l’insegnante. Diventeranno bravi cittadini obbedienti. E se il governo chiedesse loro cose abominevoli come successe 80 anni fa? Forse dovremmo sperare che tutti i nostri studenti ci chiedessero il perché e si ribellassero di fronte a ciò che ritengono sbagliato o insensato.

Mai come oggi invece la scuola è preoccupata della sicurezza a discapito della libertà (di nuovo la galera): dove insegno non si fa più la festa di fine anno da molto tempo ormai. Beh, discorsi inutili con la pandemia in corso… Eppure proprio ora ci si rende conto dell’importanza della festa di fine anno, un rito di passaggio che ha un significato preciso: “Si è appena concluso un periodo importante”. Faccio un appello: cerchiamo, ogni volta che sgridiamo, vietiamo, sanzioniamo, di bilanciare la nostra azione “da galera” (a volte necessaria) con un’opportunità di avvicinamento, comprensione, coinvolgimento, emozione.

Ecco allora che, in un clima di reciproca stima, dove l’individualità può esprimersi e dove la valutazione è più formativa che sanzionatoria, gli studenti non scapperanno più e l’emozione salderà le conoscenze nella loro mente, trasformandole, grazie all’esperienza, in vere competenze. Ecco allora che, incentivati ad esprimersi e liberi anche di sbagliare, impareranno a giudicare con la propria testa e a sviluppare quel senso di responsabilità che non è basato né sull’obbedienza, né sull’adulazione, né sul conformismo, ma su valori autentici. Ecco allora che anche la DaD, seppur con i gravi limiti intrinseci, avrebbe forse potuto funzionare.

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