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Nella chiesa del Seminario
l'ultimo saluto al dottor
Marco Arisi

La chiesa del seminario era stracolma per il funerale di Marco Arisi, il medico di base morto lo scorso 25 marzo a soli 60 anni. In tanti sono venuti a salutarlo la moglie, le figlie, pazienti, amici, famiglie che grazie alle sue battaglie sono riuscite a ottenere l’adozione internazionale in grado di far incontrare orfani con coloro che figli non potevano averne. A commuoversi maggiormente sono stati senza dubbio i suoi pazienti, quelli per cui lui c’era sempre, 24 ore su 24, nel suo ambulatorio che aveva voluto sotto casa perché si è medici per sempre e non a orari stabiliti. Marco Arisi era così, pronto ad ascoltare tutti a qualsiasi ora. Iniziava le sue visite alle 6,30 ma non smetteva mai, non lasciava indietro nessuno. Anche alla sera, quando gli suonavano al campanello di casa o nei giorni festivi quando suonava in continuazione il suo telefono. Una grande umanità e capacità professionale di cui tutti serberanno il ricordo.

“Lui – come ha ricordato il sacerdote nell’omelia – ascoltava e visitava tutti. E poi studiava per capire, per dare risposte, per essere sempre pronto”. E chissà quanti durante la lettura del Vangelo, hanno pensato che le Beatitudini raccontate da Matteo sembravano tagliate su misura per lui, sempre pronto ad aiutare il prossimo con quel suo sorriso appena accennato. Alla fine la lettura del ricordo di Marco scritto da Francesca Fornaciari ma condiviso da tutti. “Oggi ti salutiamo, ricordando il tuo cuore e le tue passioni nascoste: da quelle più piccole, come l’amore grigiorosso e l’abbonamento fisso allo stadio, a quelle più grandi come la battaglia per migliorare l’iter di adozione in Italia e la pura dedizione al lavoro. Chissà se mai scopriremo, caro Marco, dove tenevi tutte quelle infinite scorte di pazienza: con te non c’erano orari da rispettare o pazienti da guarire ma persone da accudire e amici da ascoltare. Ventiquattro ore su ventiquattro, festivi inclusi: perché essere un medico significa non finire mai il carburante, andare a cento all’ora e, a volte, portarsi le ferite del del lavoro a casa”. E ancora “Piangiamo la tua perdita tutti insieme, come una grande famiglia di parenti e amici”.

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